venerdì 27 febbraio 2015
Memories, ricorda le memorie #3 AM sono pure sulla tua cintura
lunedì 23 febbraio 2015
Matematizzazione
La matematica, la scienza dei numeri, reputata da molti la scienza perfetta. Puó effettivamente essere considerata cosí? Questa è la domanda che mi son posto pensando se la matematizzazzione del pensiero fosse la via piú attendibile in assoluto, la via che nessuno avrebbe potuto contraddire. Ebbene, seppur non abbia una conoscenza della matematica esaustiva quanto quella di un professore o di un matematico, son giunto ad una conclusione. Ma prima di dare la mia risposta, creando vari casini tra i tanti matematici che leggeranno questo post, vi renderó partecipi del ragionamento che mi ha portato alla mia personalissima conclusione.
Tutto è partito dalla postulazione. Per chi non sappia cosa significhi "postulazione", si intende raggiungere una conclusione senza dimostrarla e le basi della matematica son basate proprio su questo: ormai noi diamo per scontato che un 1 valga 1 e che un 2 valga 2, ma questo è una postulazione, in quanto non si puó dimostrare che un 1 valga 1. Forse un esempio piú convincente si puó fare con la geometria, citando uno dei postulati di Euclide: "tra due punti passa una e una sola retta". Non esiste una dimostrazione per accertare che quest'affermazione sia giusta, eppure nessuno osa contraddirla.
A questo punto potremmo già dire che la matematica, fondando le basi su concetti non dimostrabili matematicamente, è imperfetta. Peró qualcuno potrebbe ancora contraddire questo pensiero, dicendo che la matematica potrebbe essere stata scoperta dall'uomo, e non inventata. I postulati cosí non diventerebbero altro che la dimostrazione che l'uomo non potrà mai conoscere pienamente la natura e le dimostrazioni dei postulati sarebbero raggiungibili come la conoscenza di come ebbe inizio tutto.
Per quanto mi trovi disaccordo con questa teoria, mi è toccato trovare una risposta a questo possibile dilemma, e la trovai. La risposa è il paradosso!
Pensiamo ad un sistema tra due rette parallele: le due rette non si incontreranno mai in un punto, quindi il sistema risulterá impossibile e di conseguenza non avrá soluzioni. Se il risultato di un qualsiasi problema matematico è "non ha soluzioni", vorrá dire che la soluzione sará non avere soluzioni, e quindi si avrá un infinito ciclo di contraddizioni tra la soluzione che è "non avere soluzioni" e il fatto che questa non puó essere considerata soluzione, in quanto non puó avere soluzioni. Considerando il metodo paradossale errato, ci ritroviamo di fronte ad una falla enorme nella matematizzazione, per cui un problema puó e non può avere una soluzione contemporaneamente. Allora, anche quelli che inizialmente erano scettici riguardo all'imperfezione della matematica saranno obbligati ad ammettere che la matematica è imperfetta.
Ora peró sorge una nuova domanda: se imperfetta, perchè la matematica è ritenuta giusta in assoluto dalla maggior parte della popolazione mondiale? La risposta che più mi viene in mente è: perché è condivisibile. Come tu ora condividi che uccidere persone è sbagliato e quasi per certo non hai bisogno di una dimostrazione del perchè lo siq per esserne convinto, condividi anche che 2 + 2 = 4.
In conclusione:
la matematizzazione non porta ad un pensiero perfetto, tuttavia puó portare ad un pensiero altamente condivisibile. E se ti sei accorto che quel che ho scritto è stato scritto con un pensiero matematico, ti renderai conto del paradosso che questo post rappresenta.
giovedì 19 febbraio 2015
Bisogno di ridere
Dopo avervi mostrato la bellezza di questa foto potrei anche smettere di scrivere qualcosa, ma, no! Sarebbe troppo facile per voi liberarvi di me! Quindi ora continuo a scrivere, dicendo prima di tutto che se non capite la battuta del pollice siete persone disgustose, secondo di tutto che ultimamente il mio tono serioso su questo blog probabilmente iniziava a farsi sentire troppo pesante: eccheddiamine, fai i primi due post al limite del senso (non che facciano senso, ma nel senso che anche se avessero senso, sarebbero tra il senso e il nonsenso) e poi inizi a parlare di robbe che non stanno né in cielo né in Terra? Ed io dico: ovvio che lo faccio! Andiamo, peso 62 Newton, per qualcuno dovrò pur essere pesante. Fatto sta che il cibo mi piace, e più mi piace il cibo più diventerò pesante. Quindi, se avete problemi in merito, vi pongo due possibili soluzioni.domenica 15 febbraio 2015
Partiamo da espressione e concetto, arriviamo a linguaggio convenzionale e linguaggio non convenzionale
Qualcuno di voi ha mai sentito dire l'espressione "sono povero in canna"? Se la risposta è un sí, allora associerá quest'espressione ad altre come "sono al verde", oppure "sono ridotto al lastrico", o semplicemente "non ho soldi". Se siamo abituati a sentire quest'espressioni infatti, difficilmente immagineremo un tizio incastrato in una canna (intesa come pianta, che sia chiaro), un tizio verde o un tizio diventato piccolo quanto una mattonella. Allora come mai espressioni come queste che prese alla lettera han tutt'altro significato rispetto a quello che vogliono lasciare intendere, a volte spiegano meglio rispetto alle espressioni che usano parole appropriate rispetto all'argomento di cui si parla? Semplice!
Quando noi parliamo, non facciamo altro che esprimere concetti, piú o meno elaborati, rispetto al tipo di discussione che si sta svolgendo. Ora, la comprensione in un argomento puó arrivare se e solo se il destinatario della conversazione ha già il concetto che vuole venire espresso in testa. È comune infatti che se io dico "la somma dell'area dei quadrati costruiti sui cateti è uguale all'area del quadrato costruito sull'ipotenusa", non tutti capiscano ció che io voglia dire, seppur la mia espressione descriva perfettamente il concetto. Solo quelli che hanno una conoscenza del Teorema di Pitagora (concetto) capirá la sua spiegazione (espressione).
Ricapitolando, per le persone meno attente, un concetto non puó essere spiegato se non attraverso l'espressione, ma l'espressione puó non significare
nulla se non si ha il concetto.
Applichiamo ora questa regola alla comunicazione generale.
Parliamo del racconto personale. Io racconto una storia che riguarda la mia vita ad un'altra persona attraverso l'espressione: esprimo le mie emozioni, le mie azioni, le reazioni e tutto quel che riguarda ció che ho intenzione di raccontare. Si presuppone che per capire, l'ascoltatore debba avere il concetto di quel di cui si parli, dove per concetto s'intende la piena consapevolezza emozioni dell'interlocutore il significato delle azioni e delle reazioni che egli ha dato loro. Purtroppo peró è facile capire che ogni uomo è diverso, cosí come la loro concezione delle cose. Un esempio è il dire "ti amo": l'espressione in sè non esprime il concetto di amore, tant'è che l'altra parte della coppia può essere portata a chiedere "perchè mi ami?". E qui casca il mondo e girogirotondo [cit.].
A questa domanda infatti si tenta sempre di rispondere in modo romantico, per non deludere le aspettative del partner, ma la risposta giusta, secondo la mia opinione, sarebbe "tu non hai il concetto che ho io dell'amore e se l'avessi, non mi avresti mai posto questa domanda, poichè la mia risposta sarebbe stata《ti amo per lo stesso motivo per cui tu ami me》".
Ora è il momento in cui mi lamento, poichè avrei voluto finire con questa frase ad effetto che le persone meno creative avrebbero ctrl+ciato (pronuncia: controlciato; significato: copiato) e ctrl+viato (pronuncia: controlviato; significato: incollato) meramente sulle loro bacheche Facebook, con scritto alla fine (forse) [cit. Giuseppe Federico]. E invece no! Mi tocca spiegare ció che potrebbe sembrare contraddittorio solo perché al mondo esistono persone pignole, e alla fine inventare una nuova frase ad effetto per concludere!
Ma tornando a noi, ecco dov'è la contraddizione che i piú arguti avranno trovato: "Se serve l'espressione per capire il concetto e il concetto per capire l'espressione, qualunque dialogo non avrebbe senso, poichè nessuno sarebbe in grado di capire nessuno. Eppure tu hai assimilato il concetto del Teorema di Pitagora, seppur la prima volta ti fu semplicemente espresso". Controbattere a questa enorme contraddizione non è facile, ma è mio dovere, essendo una contraddizione creata da me.
La lingua è stata creata per un motivo: il capirsi tramite le parole. Per arrivare al capirsi peró, si è dovuto convenzionalmente identificare ogni cosa esistente tramite dei nomi che in sè spiegassero la natura della cosa stessa, che puó essere la funzione, la forma, il colore eccetera. Tuttavia in questi nomi identifichiamo dei gruppi. Esempio: se noi diciamo sedia, intendiamo quel vasto gruppo di oggetti, di forma e dimensioni variabili, che peró ha la funzione principale di sedia (poi con una sedia ci si fa quel che si vuole). Quindi si è data convenzionalmente l'espressione "sedia" per indicare effettivamente il concetto generico che rappresenta. Così non ci vien difficile distinguere una sedia da un letto o un armadio da una chitarra. Ma questo è solo per convenzione. Cosí possiamo parlare di "linguaggio convenzionale", che è il nome che ho deciso io per questa cosa. Nel caso del Teorema di Pitagora, noi riusciamo ad arrivarci solo perchè siamo abituati alla convenzione dei numeri, che hanno portato l'abitudine alla convenzione della geometria, che di seguito han portato a capire il concetto convezionale del Teorema di Pitagora. Che poi pensandoci bene la convenzione dei numeri è la convenzione meno equivocabile fra tutti: una volta esser abituato al fatto che il 2 valga 2, diventa una cosa incontestabile, quindi, maledetto me che ho citato il Teorema di Pitagora quando il discorso sembrava lineare non solo a voi, ma anche a me. Maaaa comunque, andiamo avanti. Se ora abbiam parlato di linguaggio convenzionale, parliamo della sua controparte, il linguaggio non convenzionale. Se dovessi definire i due linguaggi con altre parole, direi che quello convenzionale ha a che fare soprattutto col mondo esteriore, quello non convenzionale col mondo interiore, ovvero con quel che non si riesce a conoscere. Ovviamente esistono parole convenzionali per definire le cose non convenzionali, ma non esistono parole convenzionali per spiegare le cose non convenzionali. Puó sembrare un incasinamento, ma con un parallelismo tra una sedia e l'amore sarà tutto piú chiaro.
Sia sedia che amore sono parole convenzionali, poichè sono parole date dall'uomo per classificare due concetti. La prima parola intende l'insieme di oggetti che hanno come funzione primaria "sedia" (come detto prima) e non credo che questa definizione sia contestabile;
La seconda parola intende invece qualcosa che non ha una spiegazione unica. È come se l'amore fosse l'insieme di spiegazioni che vengono date ad esso, ma questa non è che un altro tentativo di spiegazione dell'amore che verrebbe aggiunto a sè stesso, creando cosí un paradosso. Non sono io a dire cos'è l'amore, come non lo è nessun altro. Quindi seppur "amore" sia una parola convenzionale, il suo significato non lo è, creando fortemente quel legame tra espressione e concetto, da cui era partito tutto.
Ricapitolando (di nuovo):
Esistono 2 tipi di linguaggio.
Il linguaggio convenzionale, che fa riferimento a ció che per convenzione ha definizione e significato.
Il linguaggio non convenzionale, che fa riferimento a ció che per convenzione ha una definizione, ma non un significato.
Da ció ne deriva che:
Dal linguaggio convenzionale è possibile apprendere un concetto.
Dal linguaggio non convenzionale è impossibile apprendere un concetto.
In ogni caso si deve star attenti al significato di ogni cosa poichè ció che è convenzionale per alcuni, potrebbe non esserlo per altri o viceversa.
Credo di esser arrivato alla conclusione. Mi rendo conto di aver scritto tanto rispetto a quel che avevo intenzione di scrivere. Se non avete capito bene, non preoccupatevi: questo non era altro che un tentativo di creare nuove convenzioni partendo dalle non convenzioni, quindi vale il fatto che se non avete un concetto non potrete capire l'espressione [cit. Giuseppe Federico].
giovedì 12 febbraio 2015
Auguri
Così mi ritrovo a parlare coi venti, gli unici che potrebbero capirmi. Per sfortuna però questi non han orecchie per ascoltarmi o occhi per leggere. Non potranno mai sapere l'importanza che sto attribuendo loro. Il mio intento però non è quello di fargli sapere quanto credo siano importanti, quanto quello di celebrarne il ricordo.
Magari un giorno i venti ormai passati assumeranno occhi e orecchie, e magari, leggendo o ascoltando tali parole, ricorderanno quel giorno, quell'ormai lontano giorno in cui passarono e, aiutandosi con le nuvole, genereranno una nuova bufera.
Auguri
12-02-'15
martedì 10 febbraio 2015
Scuola, proiezione verso il futuro
Saró stupido io, ma son arrivato al punto di chiedermi se effettivamente la scuola serva a qualcosa. So per certo che giá dopo aver scritto questa prima parte avró creato l'indignazione in ogni persona che ha già affrontato questa esperienza e si ritrova ora, magari, a raccapezzarsi per tentare di far studiare i propri figli, ma, in caso foste una di queste persone, vi chiedo di continuare a leggere e, opzionalmente, di controbattere con logica e razionalità, giustificando ogni vostra risposta, come cercheró di fare io qui di seguito.
Chiunque mi conosca, sa che io non sono una di quelle persone che si impegna tantissimo per andare bene, anzi, direste che sono proprio il contrario. Grazie a questa mia "natura", mi son ritrovato spesso nella condizione in cui i miei genitori, o anche altre persone con piú esperienza di vita rispetto a me, mi hanno dovuto parlare dell'importanza della scuola e dello studio. I punti di forza dei loro discorsi si basavano su diversi punti: "lo studio come soddisfazione personale ", "lo studio come soddisfazione della cultura", ma quello che piú mi interessa è "lo studio come accesso al tuo futuro". Ecco come la penso io.
Lo studio come soddisfazione personale, è inteso come "studiando ottieni bei voti. I bei voti dovrebbero essere una gratificazione per te". Puó anche essere che dopo aver avuto un buon voto mi senta gratificato, ma sinceramente non me la sento di studiare per ottenere una banale gratificazione data da un semplice numero (se non credi che sia un semplice numero, stai calmo e continua a leggere, poi ti spiego).
Lo studio come soddisfazione della cultura, è inteso come "tu studi in onore del sapere, per cultura generale". Ecco. Ecco uno degli insiemi di due parole che piú mi infastidisce, "cultura generale". Cosa cavolo dovrebbe significare "cultura generale". Io lo tradurrei in "sapere un po' di tutto", ma sembra altamente riduttivo sapere un po' di tutto. Ma tralasciamo la cultura generale. Analizziamo "Tu studi in onore del sapere". A scuola si arriva veramente al sapere? La risposta a questa domanda è difficile, anche perchè se si arrivasse veramente al sapere, si arriverebbe semplicemente al sapere a cui tutti sono arrivati, nulla più (basti pensare che una volta nelle scuole insegnavano che la Terra fosse piatta). Ma non credo che il sapere si raggiunga cosí facilmente. Tutti hanno o hanno avuto almeno una o piú materie che non interessavano proprio. Ecco, in quelle materie di cui non si ha interesse non si arriverà MAI al sapere, sebbene ti ritrova costretto a studiarle.
Ricapitolando: per sapere ci vuole interesse, la scuola (o solo qualche materia, perché no?) stimola poco interesse.
Arrivato a questo punto, ci terrei ad evidenziare che son io il metro con cui ho misurato il necessario per scrivere questa riflessione, seppur abbia cercato di prendere in considerazione anche altri casi. Lo dico perchè io avrei detto che per me il sapere si ottiene tramite la logica, che deriva dal pensiero, il quale non puó che sorgere da sè stessi. A questo punto la gente potrebbe chiedere "Ma allora per te la scuola è inutile?!" E allora io risponderó "Torna all'inizio di questo post e leggi il primo periodo. Dopo torna qui e continua a leggere il terzo argomento dei discorsi che tentano di farmi studiare".
Lo studio come accesso al futuro, inteso come "studi per avere un pezzo di carta che ti permetterá di lavorare e, di conseguenza, di continuare a vivere una volta che non sarai piú mantenuto". Smontare questa tesi mi è impossibile purtroppo, ma ciò non mi impedisce di criticarla. Viviamo in un sistema creato dall'uomo, non sará mai un sistema perfetto. In questo sistema infatti sorge il dilemma della "meritocrazia". Chi è meritevole, teoricamente, dovrebbe avere un vantaggio su chi lo è di meno. Dico teoricamente perchè non funziona cosí giá a causa delle "raccomandazioni" che trovo una cosa molto umana: io stesso (credo che) preferirei dare un posto di lavoro ad una persona fidata, come un mio ipotetico figlio, rispetto ad uno sconosciuto che come garanzia di fiducia mi porta un foglio con su scritto quanto gli altri hanno creduto che valesse.
Mettendo da parte le raccomandazioni e facendo finta che non esistano, il sistema meritocratico continua ad avere una falla enorme che è situata proprio alla base: il voto. Il voto non è altro che il risultato di un giudizio rispetto a quel che hai dimostrato di valere. Inoltre quello che conta alla fine è il voto derivante da tutte le materie portate agli esami, che non necessariamente fanno parte delle materie dei tuoi interessi. Quindi, contraddizioni:
il voto è un giudizio, il giudizio è soggettivo, il voto è soggettivo;
il voto si basa su quel che hai dimostrato di valere. Dimostrare di valere non è uguale a valere. Una dimostrazione di arte all'aperto puó non essere fantastica in un giorno di pioggia, cosí come la dimostrazione di valere puó non essere buona in un determinato periodo della propria vita;
Il voto finale deriva dai voti delle materie che fanno parte dei tuoi corsi di studio che, per quanto possano essere indirizzati verso la tua scelta, non saranno necessariamente tutte quelle di tuo interesse (questo è presente sicuramente nel sistema liceale. Non essendo immerso in un sistema universitario non so esattamente se è cosí, ma comunque il voto delle superiori vien preso come curriculum per l'università).
Beh, se vi eravate indignati quando ho detto che il voto è un semplice numero, sarete felici ad aver letto ora le mie motivazioni.
Ultima critica che parte direttamente dalla frase "lo studio come accesso al futuro": se si pensa bene, la maggior parte dei problemi dei ragazzi della mia età (sui 16 anni per intenderci), derivano proprio dalla scuola. In quanti non si son sentiti in ansia per un'interrogazione o per un compito, in quanti si son sentiti tristi per il fatto di svegliarsi la mattina presto e vedersi obbligati ad andare a scuola, in quanti si son dovuti subire ramanzine o punizioni per un brutto voto. Sebrerà stupido, o fuori contesto rispetto a tutto quel che ho scritto fin'ora, ma è stato questo a spingermi a tutto il ragionamento: come si fa a pensare al futuro se ció che dovrà aiutarti ti da tanti problemi nel presente?
