giovedì 5 febbraio 2026

Non scordarti della magia

Essere Giuseppe significa cercare di non scordarsi della magia. Non voglio abbandonare la mia capacità nel sorridere, nemmeno di fronte al più tosto degli impegni che potrei aver deciso di inserire nel mio zaino. Crescere potrebbe voler dire anche fronteggiare la realtà in modo onesto, mostrando di sè tutto il proprio carico d'esperienze, senza vergogna alcuna.
Perchè ogni respiro conta.

lunedì 2 febbraio 2026

Fine

Abbiamo un brutto rapporto con la fine delle cose. Sappiamo bene che nulla durerà per sempre, eppure non riusciamo a capacitarci di quando finisce una serie tv, una relazione, una vita. Per un certo periodo io non riuscivo nemmeno ad accettare che il giorno giungesse a termine, soprattutto quando sentivo di non aver fatto nulla di soddisfacente in quelle ventiquattro ore, e finivo di notte, cercando di mantenere gli occhi aperti per più tempo possibile, in attesa di avere quantomeno un pensiero che mi facesse sentire che quella giornata avesse avuto un senso. Insensato forse come ragionamento, ma lo trovo in linea con il mio spirito umano. Ormai sono consapevole della mia propensione nel cercare di capire le cose, come fossi un fisico che vuole trovare tutte le leggi che regolano questo mondo e l'universo in cui è immerso. Il mio metodo scientifico per portare avanti questa ricerca si avvale di due tipologie di approccio che comunicano tra loro: l'esperienza e il pensiero. L'esperienza raccoglie dapprima informazioni grezze, connesse solo dal concreto vissuto, senza una formalizzazione di cause ed effetti; il pensiero si occupa di mettere tutto in ordine, cercando di spiegare il perchè di questo e quell'avvenimento; l'esperienza conferma o confuta la legge creata durante l'attività speculativa. Vien da sè che con questo metodo, più dati si hanno a disposizione, meglio il proprio cervello è capace di trarre conclusioni precise. 
Quindi si tratta solo di abituarsi alla fine per non soffrirne più? Non credo si tratti solo di questo. È facile magari accettare che un giorno finisca e che ne inizi uno nuovo, ma quando restiamo legati così saldamente a qualcosa che non vogliamo abbandonare e che semplicemente vola via, magari con tanta leggerezza o semplicità, non riusciamo a capacitarcene. In effetti non sembra di far i conti con la fine, piuttosto che con i nostri sentimenti indirizzati verso qualcosa che adesso non esiste più. Si tratta di un vuoto logistico che possiamo sentire nel nostro stomaco. Razionalmente potremmo esser pur capaci di pensare che la fine era già scritta da qualche parte, in un capitolo che rifiutavamo di leggere, sfogliando pagine di vita da una parte e dall'altra, ma arrivando al momento cruciale di abbandonare qualcosa che ci piace, l'impressione è quella di morire un po'. Non possiamo nemmeno inneggiare alla "morte della morte", perchè se la fine non esistesse, vivremmo un bel guaio: saremmo costretti ad accumulare persone, esperienze, storie senza fine, non saremmo in grado di elaborare più nulla. 
La fine delle cose è funzionale al nostro quieto vivere. Si può dire che la fine ed il fine un po' coincidano. Riusciamo a vivere e a recepire tutto ciò che è finito, mentre ci perdiamo in tutto ciò che è ancora in corso.
Chissà quante fini ancora dovrò ancora vivere. Che poi a me mettono molto piú a disagio gli inizi.

Amici in bici

Mi trovo nella mia stanza, fermo, con lo sguardo verso il soffitto. Penso: quante avventure ho passato! Fiero delle mie camminate, corse e viaggi, mi perdo nella mia nube di pensieri. Per ritrovarmi ho bisogno di un punto: cosa è che fa apparire tutto tanto speciale ai miei occhi? La prima cosa che mi viene in mente è il mio processo di crescita. I chilometri da me percorsi, fiondato da una o dall'altra parte del mondo, coincidono con la costante comprensione di qualcosa di nuovo su me stesso. È un processo naturale quando si è immersi nello scorrere del tempo, ma l'uno o l'altro avvenimento vissuto sbloccheranno parti diverse della propria personalità. In effetti per esser fieri di sé stessi non è necessario andare chissà dove, ma reagire con sincera positività alla pioggia di eventi che ci casca addosso.

Ed in questo ragionamento è importante inserire le persone, perché a questo mondo di certo non siamo soli. Nella relazione con l'altro ci plasmiamo più che in una solitaria corsa verso l'infinito. Chi ci sta attorno ci dona il suo unico modo di vivere, in cui possiamo vedere bellezza e oscurità assieme. Sta a noi cosa trarne. Parlare con una persona può essere come stare in un grande campo di fiori dai colori e profumi diversi, ma con fossi e dirupi difficili da risalire. Per quanto sia sempre propenso a voler raccogliere i fiori più difficili da raggiungere, riconosco di esser cascato ogni tanto, e, ritornando con qualche costola fratturata, ho sempre deciso di continuare come nulla fosse. Forse però questa malcurante attenzione verso le mie ossa potrebbe aver incrementato i precipizi a me interni, e di certo non è quel che voglio per il mio giardino interiore. 

Forse ha senso quindi essere più cauto, un po' come quando in bici poni un lucchetto quando ti fermi, anche se senti di esser circondato da amici. Quanto sarebbe idealmente bello però se tutti avessimo una bici e fossimo interessati ad andare nella stessa direzione! Tra chiacchiere leggere, disquisizioni sulla vita, scherzi stupidi senza che ci facciano perdere l'equilibrio. Sarebbe una bella condivisione di intenti, un modo per crescere assieme senza dover prestare troppa attenzione a furti reciproci. E lo so che la realtà si pone di traverso come un muro davanti a questo gruppo di persone che pedala affannosamente. E di fatti non credo che il mondo possa rispecchiare la mia fantasia, ma con un piccolo gruppo di persone possiamo davvero semplicemente scavalcare il muro, passandoci a cicenda i nostri mezzi di trasporto, assieme ai fiori raccolti l'uno dell'altro e continuare ad essere semplicemente amici in bici.


domenica 18 gennaio 2026

Quando la meta diventa relativa

Più vivi, più impari a vivere.
Più impari a vivere, più il mondo cambia le coordinate dei tuoi punti di riferimento.
Quante volte questo meccanismo ha finito per farmi sentire perso! Mi sono sempre mosso in una qualche inevitabile direzione, anche quando magari avrei preferito restare fermo immobile.
Io sono il viaggio.
Forse lo sono sempre stato.
Da quando ancora avevo paura del mondo e restavo chiuso in stanza, luogo in cui ho iniziato a diventare esploratore delle mie idee. 
È da qui che ho iniziato a sviluppare la mia autocoscienza? Non ne sono certo, come non sono certo di mille altre cose. Forse semplicemente iniziavo ad esser cosciente delle mie incertezze. Allora avrei dovuto iniziare a fugare qualche dubbio riguardo al mio funzionamento da essere umano, in cerca di risposte ma pieno di sole domande. 
Così finivo per concentrarmi attentamente: avrei dovuto trovare pur qualche suggerimento nel mio cervello che parlasse del perchè non riuscissi a capire questioni riguardo me stesso.
Forse la meta non era giusta.
Allora reimposto le coordinate verso una persona che mi tira fuori dalla mia stanza ed un po', anche, fuori da me stesso. Si iniziava a diventare esploratori del mondo, imparando quanto le diverse esperienze potessero creare, un tassello alla volta, un me stesso più solido, che non crollasse con una folata di incertezze.
Ma ad un certo punto fu tempesta.
L'incertezza diventava troppa da reggere, ed il me che era stato costruito fino a quel momento non era diventato che una serie di frammenti che non trovavano più un senso di incastrarsi. Ogni nuova esperienza diventava superflua e senza scopo.
Pensai che dovevo diventare un esploratore di mete.
Allora corro maratone, parto verso persone dormendo in macchina, mi metto in cammino per arrivare a Santiago, viaggio per la Corea. 
Tutto sempre chiedendomi: qual è il punto?
A volte riuscivo a giustificare il mio bisogno di arrivare da qualche parte con una storiella semplice che ripetevo a me stesso, come il dimostrarmi di essere forte e di potercela fare. A volte non riuscivo a convincermi che la storiella bastasse. Allora l'ansia tornava a cercare di convincermi che non ne valesse la pena: raggiungere tante mete per cosa?
Questa domanda adesso mi fa ridere. Era mai stato possibile che non mi fossi mai accorto di quanto ogni traguardo mi facesse sorridere? Dal più semplice dei viaggi, alla più difficile delle imprese: il momento in cui si ritorna a casa e si guarda indietro l'avvenuto, si ha un sorriso stampato in volto.