sabato 19 dicembre 2015

3

Mi ero scordato, lo devo ammettere. Problemi altri han surclassato ció che per due anni era oggetto della mia attenzione. Ma ció significa che la mia attenzione verso questo avvenimento sia finito, scomparso, sgretolato nel tempo e volato dopo la passata dei venti? Sinceramente non lo so. Vorrei, ma non vorrei. E se l'inconsiderazione di un errore finirà, saró libero di far altri giusti sbagli. E che fare quindi? Il tempo non si ferma. Il ricordo di quell'avvenimento è a metà tra una patetica morsa fredda ed un caldo abbraccio che culla nel conforto. E mentre sto cosí, cosa succede all'artefice di questo meccanismo? Qual è la morsa che abbraccia i suoi pensieri?
Per il momento tra me e lei resta solo un 3

domenica 6 dicembre 2015

Memories, ricorda le memorie #10 Solo un giorno... Facciamo due... No vabbeh, una settimana... Facciamo per sempre!

Come facciamo a porre la concretezza di una qualsiasi cosa? I sensi ci dicono che una cosa esiste, certo, ma con quale valore esiste? Noi vediamo immagini, e l'unica cosa che possiamo dire è che esiste l'immagine di ció che si guarda, cosí come quando ascoltiamo, annusiamo, assaporiamo e tocchiamo. Con questo non voglio certo dire che l'essenza di ció che si percepisce non esista, ma solo il fatto che è facile ingannare i sensi, nostri unici strumenti per indagare nel mondo.
Se si vuol parlare della memoria, devo prima di tutto ammettere la vergogna che provo nel raccontarla, non perché sia imbarazzante o che me ne penta, ma, anzi, solo per il contrario: io mi son innamorato di un'ingannatrice di sensi senza pentirmene ancora. Perché dico che è un'ingannatrice di sensi? Beh, semplicemente perché ora, dopo che son passati anni, ancora ho dubbi su di lei, sul suo esser concreto. Eppure ho la conferma della sua voce, la conferma della sua immagine, mi bastavano a dedurre la sua concretezza, ma ora non ne son sicuro. Eppure non metto in dubbio la sua esistenza, e nemmeno la sua concretezza al mondo, bensí la sua concretezza nel MIO mondo. C'é stata davvero nel mio mondo a chiedere di star con lei per un giorno, due, una settimana, addirittura per sempre, oppure è solo la mia mente che senza sensi e senza senso ha creato quest'opportunità invisibile che io ho seguito e rendendo facile la mia caduta

venerdì 4 dicembre 2015

Memories, ricorda le memorie #9 I'm Verm, I'm SuperVerm!

Cavolo, finalmente! Aspettavo da tempo di poter raccontare questa memoria, anche perchè è una di quelle in cui è preso in considerazione l'insieme di ció che puó esser considerato futile e ció che invece riveste una grandissima importanza nei miei ricordi. Per iniziare questa memoria potrei parlare di opossum caga arcobaleno, panda spaziali, cascate di cioccolata e asteroidi di formaggio, ma non lo faró perchè qui si parla di Verm, di SuperVerm e lo si farà in perfetto stile vermesco. E non osate deridere la sua figura mentre ne ritraggo la sua storia; ricordate che siete abituati a vedere uomini con poteri di ragno e con calzamaglia che potrebbe esser considerata meno virile del gran SuperVerm. Orsú, orgiú e ordinuovosú, dunque, narriamo ora la nascita di questo Eroe. *effetto dissolvenza per far partire il flashback*

Salve, sono la voce narrante che vi racconterà la nascita di colui che nel futuro conquisterà il mondo, salvandolo da creature maligne del tipo caccole aliene o ehm... giapponesi superdotati? Credo ci sia un errore nel mio copione, dopotutto non è affidabile, quando io scrivo qualcosa lui la riscrive... è un copione, ridete! Ahahahahah. Ah, ah... Sí, mi sto distraendo troppo, le origini di SuperVerm!
Correva l'anno duemilaehmdici e...

Pubblico: Aspetta un attimo, duemilacosa?!

Oooh, mi avete sgamato, non ricordo che anno fosse! Ma so per certo che fosse duemila e che conteneva il dieci, avete abbastanza informazioni.
Tornando al discorso: correva quell'anno lí. Due persone di rispettoso valore dovevano vedersi in videochiamata per decidere le sorti del pianeta. Una era un gran panda batuffoloso, l'altro era un Verme qualsiasi. Ma attenzione loro erano panda e verme solo d'essenza, non di apparenza. Infatti la loro immagine era quella di esseri umani, integrati (anche se non del tutto) nella società, ma diversi da questa e solo loro sapevano di ció, come solo loro sapevano del loro piano per conquistare tutto. Ma come potevano farlo se la loro apparenza umana era già comosciuta? Adottando un travestimento, ovviamente. La prima ad avere l'idea, fu la graziosa panda che adottó il metodo "alla Clark Kent al contrario" o anche "Alla detective Conan senza rimpicciolire": un paio di occhialoni a lenti trasparenti, l'ideale per nascondersi (se fossero a veloci sarebbe piú traumatico). Il verme, seppur approvasse il travestimento del panda, decise di impegnarsi di più: voleva un travestimento che ne esaltasse il lato eccentrico. Fu allora che vide l'oro... no, in realtà vide solo degli occhiali 3D gialli, non riusciva a distinguere le gradazioni simili di colore. Fatto sta che li indossó... non ne era convinto, si sentiva ancora legato al sua apparenza umana. Ma, presto qualcosa cambió: giocando con un CD, il verme si accorse che questo poteva esser incastrato tra la testa e gli occhiali, con molta precisione. Fu cosí che provó e ad un colpo vide cose mai viste prima, gli sembrava di attraversare l'universo con la mente, di percepire tutto attorno a lui, di capire pian piano il senso della vita...
In realtà no, semplicemente il panda gli disse che in quel modo sembrava un super verme. E gli piacque. E da allora fu SuperVerm, da allora FUI SuperVerm!

mercoledì 2 dicembre 2015

Building new memories #8 a 90°, Sempre

Tempo... Tutti abbiam del tempo. Certo, c'è chi ne ha di più, e chi l'ha disperso, versandolo in tutto ciò che ha compiuto, ma tutti ne abbiamo. Ed è questa la nostra risorsa più grande, non si vive in eterno. Ma in questo piccolo spazio di tempo concessoci dalla nostra vita, riusciamo a costruire l'infinito, riempiendo di colori una grande tela inizialmente bianca. Queste sono le memorie: molte mantengono il proprio colore vivido, ben visibile; altre sbiadiscono col passare del tempo; altre ancora sono fresche, appena disegnate. Ed è impossibile smettere di disegnare fin quando la tela non sarà conclusa e il disegnatore non si sarà disperso nel vuoto. Saremo così costretti a disegnare la tela sempre e per sempre; fino all'infinito; al nostro infinito.
E disegnando capita di guardare dietro la propria opera, attribuendogli diversi valori, significati, interpretazioni. E seppur non si voglia, prima o poi si guarderà dietro, ritrovando ciò che si è composto, e continuando a dipingere ci si ispirerà anche involontariamente a ciò che si ha appena visto. Sarà una costante questa, un ripetersi costante di azioni e pensieri che seppur disegnati più avanti nella tela e magari con qualche differenza compositiva, detengono sempre la stessa essenza, più o meno come seguire un 8 nella sua linea, mentre il numero scorre in avanti. Dopotutto il simbolo dell'infinito non è altro che un 8 messo a 90°.

venerdì 6 novembre 2015

Sistema

Leggere il mondo. Quanto puó esser difficile? Puó esser considerato impossibile? Forse. Dipende dal sistema che adotti. E cosa si intende per sistema?
Il sistema altro non è che un punto di vista dal quale guardare il mondo. Se esistesse solo un sistema, tutti conoscerebbero il mondo sotto ogni sfaccettatura, allo stesso modo, ma, purtroppo per noi, esistono infiniti sistemi.
Secondo la mia concezione di sistema, possiamo individuarne due principali tipi che stanno l'uno in funzione dell'altro: sistema impersonale e sistema personale.
Il sistema impersonale, altro non è che un punto di vista totale che non si crea in una singola persona, come ad esempio il sistema religioso o il sistema matematico. Questi sono infatti il risultato di sistemi personali accumulati negli anni da tantissime persone. I sistemi impersonali si dividono sempre in sottosistemi, come, nel caso della religione, il cristianesimo, l'ebraismo, l'induismo eccetera.
Il sistema personale, invece, è il punto di vista totale che si crea in una singola persona, composta da un insieme di sistemi (o per lo piú sottosistemi) impersonali. Questo è un sistema molto piú variabile rispetto a quello impersonale, dato che lo si puó immaginare come un percorso in cui il punto di vista cambia sempre rispetto agli stimoli dati dal mondo ed è l'unico che un uomo puó avere.
Quando scrivevo riguardo al mondo ho detto che questo serviva a darci un grado di conoscenza. Il sistema invece serve a darci una verità. E se pensate che la conoscenza di un evento implica il sapere di una veritá, vi sbagliate. Conoscendo un evento, ma guardarlo con punti di vista differenti, ne cambia la verità. L'esempio piú significativo che mi vien in mente è con la matematica. 10 + 10 = 20 è vero? Tutti direbbero sì, perché tutti adottiamo un sistema decimale di numerazione (sottosistema matematico). Se prendessimo in considerazione un sistema binario, in cui esistono solo le cifre 0 e 1, otterremmo che 10 + 10 = 100 (corrispondente ad un 2 + 2 = 4). Sembra assurdo che dieci piú dieci faccia cento, eppure, se letta seguendo il sistema binario, quest'affermazione è vera. È per questo che nascono i conflitti tra sistemi: la verità di uno esclude la verità di un altro (sempre che i sistemi abbiano aspetti comuni). Questo è il motivo per cui il mondo è inconciliabile, e seppur tutti abbiano la conoscenza di un qualcosa, andranno a crearsi tantissime verità differenti.

giovedì 5 novembre 2015

Mondo

Il mondo. Ne esiste uno, eppure ne esistono miliardi, per quanti sono gli esseri viventi sulla Terra. Ognuno di loro ha infatti un mondo proprio, in continua evoluzione che si scontra continuamente con altri mondi. A cosa mi sto riferendo? Alla sfera sensoriale che ci permette di venir a conoscenza degli avvenimenti: ció che vedi, ció che udisci, ció che annusi, ció che tocchi e ció che gusti son cose che appartengono al tuo mondo, cose che percepisci e che quindi per te esistono. Tuttavia queste cose per altre persone non esistono, in quanto non le han mai percepite con nessun senso. È cosí che per me potrebbe non esiste il Molise (esempio del tutto casuale). Tuttavia, dal momento in cui viene nominato il suo nome, viene posta la possibilità della sua esistenza  poichè viene percepita un'informazione riguardo a qualcosa che puó o che non può esistere. È cosí per qualsiasi cosa contrassegnata da un termine. Se dico "Dio", devo ammettere che la parola "Dio" esista, e se esiste una parola, esiste un significato che questa deve esprimere. Il significato puó o non puó esser considerato vero, al variare della persona, a variare del mondo che lo prende in considerazione. Questo tipo di conoscenza puó esser definita "conoscenza complessiva".

I vari mondi si scontrano continuamente tra loro quando le sfere sensoriali si intersecano. Questi scontri possono essere attivi o passivi.
Attivi son quelli in cui i protagonisti dei vari mondi, raggruppati in un contesto comune, hanno interazioni o somiglianze tra i propri mondi, come posson essere due persone che parlano l'una di fronte all'altra, o anche due persone che seppur non si cononscono, si trovano in una gita assieme. Appena il contesto dei due diventa diverso, i due mondi si staccano, tornando ad essere diversi.
Passivi son quelli in cui, seppur i protagonisti dei mondi non abbiano interazioni o situazioni comuni in quel momento, l'uno si trova a passare nella sfera sensoriale di un altro, creando involontariamente diversi eventi, come puó essere il fermarsi di una macchina per far passare un pedone.
Ci son poi gli incontri parziali, che sono quelli in cui i due protagonisti son posti in contesti diversi, ma riescono a creare eventi nel mondo dell'altro, avvalendosi di un solo senso. Questi posson essere volontari o involontari.
Volontari se si è intenzionati a far parte del mondo di una persona facendole usare un solo senso, come puó essere una discussione a distanza (uso dell'udito), o uno scambio di messaggi (uso della vista).
Involontari se il messaggio generato da un evento voluto, non era intenzionato a far parte del mondo di chi lo ha percepito, come puó essere un rumore di passi (uso dell'udito), o il messaggio in un gruppo non indirizzato alla persona presa in questione(uso della vista).
Tutto questo determina il grado di conoscenza momentanea dei vari mondi delle varie persone:
Incontro attivo: conoscenza totale del mondo di quella persona in quel momento;
Incontro passivo: conoscenza parziale del mondo di quella persona in quel momento;
Incontro parziale volontario: probabile conoscenza parziale di quella persona in quel momento;
Incontro parziale involontario: probabile conoscenza minima di quella persona in quel momento;
Nessun incontro: nessuna conoscenza di quella persona in quel momento, di conseguenza, inesistenza di quella persona nel proprio mondo.

Conclusioni:
Ció che non si conosce non esiste;
Le cose iniziano a poter esistere dal momento in cui una componente di quella cosa intacca un qualsiasi senso;
Si puó avere una conoscenza totale del momento di un mondo solo se si è nello stesso contesto e si condividono somiglianze di esso;
È difficile restar davvero soli, in quanto gli incontri parziali son abbastanza difficili da evitare;
Quando si è veramente soli, nessuno esiste per sè e non si esiste per tutti gli altri, restando gli unici ad avere qualsiasi conoscenza di quel momento.

Il ragionamento avrebbe dovuto comprendere anche il "sistema" oltre che al mondo, tuttavia preferisco sviluppare l'argomento in seguito. Se molti passaggi ancora non son del tutto chiari, è perché sono in relazione col "sistema". Detto ció, posso anche chiuder qui, facendo cambiar contesto al mio mondo.

domenica 18 ottobre 2015

Magia, Psicologia, Filosofia

Tu, tu che con aria incuriosita stai leggendo queste parole, ti sei mai chiesto perchè, in ogni momento della tua vita, ti trovi a far effettivamente ció che stai facendo? Non sto dicendo di interrogarti su uno scopo, ma sulle cause che ti han messo nelle condizioni di fare codeste cose. Io posso riuscire a spiegarti in parte perché ora stai leggendo questa roba, partendo dal motivo della sua esistenza.

MAGIA
Se mi venisse chiesto chi è stata la persona che è riuscita a cambiare più di tutte la mia vita nel tempo, mi troverei a nominare mio cugino. E non pensate quale grande gesto abbia fatto per plasmare ció che da lí a poco sarebbe stato il mio futuro. Infatti, il suo piccolo gesto fu quello di farmi conoscere qualcosa che non sapevo, un sito, o per meglio dire una chat-gioco: Habbo. E se state pensando che questa sia una cazzata, vi sbagliate alla grande. Basti pensare che Habbo caratterizzó la mia vita dalle medie fino ai primi anni di superiori, mi fece conoscere persone straordinarie, senza pensare che senza Habbo non sarebbe mai esistito Azorbitz. Ció che riguarda il motivo dell'esistenza di questo articolo è peró tra le cause piú interessanti, significative e al contempo più stupide e casuali della mia vita. Lasciatemi che vi descriva il contesto: Hogwarts, scuola di magia e stregoneria in habbo, principale dimora di amicizie, divertimento, e cavolate varie del tempo. Per chiunque se lo chiedesse, era davvero una scuola, con lezioni di incantesimi, difesa contro le arti oscure, astronomia, erbologia, pozioni e molte altre materie ancora. Per passare da un anno all'altro, ogni mese, veniva istituito un esame in cui venivano fatte tre domande per materia ad eccezione degli esami M.A.G.O. e G.U.F.O. rispettivamente del quinto e settimo anno che richiedevano prove pratiche. Un esame M.A.G.O. fu la causa che ci interessa. Una materia che non avevo mai fatto prima, data l'assenza di un professore specializzato, era divinazione, l'arte di predire il futuro. Nonostante la mia totale impreparazione nel campo, mi venne data opportunità dal ministro della magia in persona (il capo di tutta la questione), di provare i M.A.G.O. della suddetta materia. Ció che bisognava fare era "semplicemente" indovinare almeno tre numeri di fila presi da un generatore casuale di numeri da 1 a 6, un dado virtuale in pratica. Il culo volle che io riuscissi nell'impresa e ottenni così i miei M.A.G.O. in divinazione. Da lì, peró, mi toccó iniziare a studiare seriamente la divinazione poichè, essendo l'unico con quell'esame, nessun altro poteva insegnarla. Cercando su internet le informazioni di cui avevo bisogno, mi accorsi che la divinazione era molto praticata nel mondo reale, piú di quanto credessi. Iniziai a domandarmi come fosse  possibile che qualcuno riuscisse a predire il futuro attraverso metodi assurdi, trovai la mia risposta nella psicologia.

PSICOLOGIA
Pratiche divinatorie esteriori ed interiori. Questa fu la classificazione (da me creata) da cui partii per analizzare la divinazione. Le pratiche esteriori sono quelle che partono da dati che non interessano la persona o l'evento su cui va attuata la predizione, come la cartomanzia, il predire il futuro delle persone attraverso il significato di alcune carte; le pratiche interiori, al contrario, partono da dati riguardanti chi o cosa ha bisogno di predizione, come ad esempio l'oniromanzia, il predire il futuro attraverso l'analisi dei sogni dei diretti interessati. I due metodi di divinazione, per quanto possan essere diversi, si riconducono entrambi all'impressione, e quindi alla psiche. Mi spiego meglio.
La cartomanzia attraverso i tarocchi di Marsiglia. Il modo più semplice per attuare questa tecnica, è quella di utilizzare 22 carte, ognuno con un significato, ed estrarne 3 che rappresenteranno, per ordine di estrazione, passato, presente e futuro. Tutto molto semplice. Cos'è che riesce a dare autenticità a questa estrazione del tutto casuale, affidandogli credibilità? Ovviamente l'impressione che le carte stiano effettivamente descrivendo il tuo passato e il tuo presente. E dico impressione poichè se fosse uscita una qualsiasi altra carta, probabilmente avresti provato la stessa e identica impressione. E sei cosí, portato a credere nel futuro che molto probabilmente avverrà, dato che da quel momento sarai portato a credere che sei destinato a vivere quelle storie, e sarai portato a dare a tutto un'interpretazione secondo quella terza carta.
L'oniromanzia a quel tempo era il metodo divinatorio che preferivo di piú. I sogni mi han sempre affascinato, e dare un significato ad ognuno di essi mi affascinava ancor piú. Tuttavia il trucco stava sempre nell'impressione: seppur ti trovassi dati provenienti dal subconscio di chi vuole una predizione, l'unica cosa che si puó fare è capirne il presente, acquisendo credibilità e dare una predizione continuando sulla linea di tiro del sogno. Puó sembrare un'astrattezza tutto ció, e forse lo è, ma questa è la conclusione a cui io arrivai e che mi permise di farmi "studiare" la psicologia. Quel che facevo era essenzialmente analizzare conversazioni, e parlare in modo di ottenere come fine sempre la verità. Questa cosa non giovó troppo al rapporto che avevo con alcune persone, soprattutto quelle che seppellivano le verità che cercavo, molto in profondità. Ben presto mi trovai a rivalutare il mio atteggiamento verso la psicologia delle altre persone, e, come un processo spontaneo, la materia che cercavo di trattare si espanse, diventando cosí Filosofia.

FILOSOFIA
Sí, la psicologia non è altro che una piccola parte della filosofia, della mia posizione attuale. È da un po' che rifletto su questioni che riguardano un po' tutto, ma son riuscito a capire che si potessero  definire filosofia da quando a scuola ho iniziato a studiare storia della filosofia. Non a caso la chiamo storia della filosofia e non solo filosofia: studiare filosofia significa crearsi un vero e proprio modo di pensare che, sì, puó essere influenzato dai pensieri dei molti altri filosofi, ma che resterà sempre unico e autentico. Ed è per questo che mi ritrovo a scrivere questo casino di parole, voglio scrivere il mio pensiero filosofico in modo da poter capire quanto valga facendolo leggere a te e rileggendolo io stesso in futuro.
Ecco spiegato perché esiste questo post, per dirvi che da ora scriveró anche robe riguardanti il mio modo di pensare. Ma se pensate che tutta l'introduzione prima di arrivare qui sia stata inutile, beh, in realtà ho esplicitato un esempio di come un dettaglio quasi del tutto insignificante possa aver fatto partire una reazione a catena tanto enorme e di come ogni avvenimento in vita nostra possa esser collegato.

venerdì 3 luglio 2015

Memories, ricorda le memorie #7 "Scusa"

Scusa, non ricordo cosa dovevo scrivere per questa memoria.
Scusa se molte volte le robe che scrivo perdono significato.
Scusa se a volte non si capiscono.
Scusa per il fatto che molte volte non sono come vorresti che sia.
Scusa se non ti cerco spesso.
Scusa se mi sono allontanato.
Scusa per il fatto che sia stupido.
Scusa se ti annoio.
Scusa se ti sto antipatico.
Scusa se non ti ho salutato.
Scusa se ho sbagliato.
Scusa se ti ho deluso.
Scusa se a volte sbaglio.
Scusa, scusa per il fatto che abbia chiesto scusa cosí tante volte. Non volevi che lo chiedessi, ed ora non lo faccio, ma il dispiacere in me resta.

mercoledì 24 giugno 2015

Dubstep Hero, Cytus and Knight

Dubstep Hero. Rhythm game prodotto dalla iQNECT Corp. per android e iOS (forse anche per Windows phone, ma chi si caga più la Nokia oltre a mio cugino?). E' stato questo il gioco che ha fatto partire tutto. Consigliato dal sopracitato cugino, si presenta come un rhythm game simile a Guitar Hero, per alcuni versi impossibile. Dico per alcuni versi perché il gioco in sé non è difficile, ma alcune note sono letteralmente impossibili da prendere a meno che le tue dita non superino in qualche modo la velocità della luce (non credo che il fattore "non essere giapponese" influenzi in qualche modo il mio non saper semplicemente giocare). Fatto sta che mio cugino mi suggerisce di premere in continuazione tutti i tasti a caso, e casualmente, ottengo un punteggio più grande di quello che avrei mai potuto fare seguendo nota per nota, e questo accadrà per il semplice fatto che esistono due tipi di modi per prendere le note: O l'hai presa, o non l'hai presa. Non puoi prender male una nota o prenderla fuori tempo, o la prendi o non la prendi, e questo ti permette di premere a vuoto qualsiasi tasto, senza che ti dia problemi (anche se continuerà a persistere il problema delle note in successione troppo veloci e impossibili da prendere tutte). Fatto sta che questo gioco ha svegliato in me il piacere di giocare ai rhythm games, e così mi misi alla ricerca di meglio.



Cytus, rhythm game prodotto dalla Rayark per android, iOS, e, stando a quel che suggerisce Wikipedia, anche per PS vita e PlayStation Mobile (che non ho idea di cosa sia). Questo si presenta con un gameplay molto semplice e intuitivo: durante la canzone selezionata, una linea attraverserà lo schermo andando su e giù. Durante l'esecuzione della musica appariranno tre tipi diversi di comandi:
Click Note rappresentata da un pallino singolo che bisogna semplicemente premere al momento giusto;
Drag Note rappresentate da un pallino con una freccia seguito da una coda. Questa va trascinata per tutto il percorso indicato;
Hold Note rappresentati da un pallino con una scia dritta verso l'alto o il basso. I pallini bisognerà tenerli premuti fino al completamento della scia.
La selezione delle musiche è anche molto curata: divisa in 10 capitoli principali (più altri speciali), Cytus si presenta con un incredibile reperto di musiche, curate sia dall'aspetto musicale che dall'aspetto grafico, in quanto ognuno sarà accompagnata da un disegno che la rappresenta. Per quanto concerne le difficoltà, vanno da 1 a 9, ma non saranno disponibili tutte le difficoltà per ogni canzone, verrà semplicemente chiesto di scegliere tra easy e hard, e la difficoltà sarà pre-impostata dal gioco stesso in base alla modalità in cui si vuole giocare. Inoltre alcune musiche avranno una traccia nascosta, trovabile interagendo in vari modi col menù di selezione. 
Se vi domandate perché prima ho parlato di 10 capitoli principali più altri secondari, è perché Cytus ha anche una sua storia, ed anche una bella storia. Seppur dal gioco non è troppo ben comprensibile, sia perché scrivono poche cose, e sia perché quelle poche cose sono in inglese e scorrono abbastanza velocemente, si parla di un futuro in cui la razza umana è estinta e i robot sono gli unici enti ad avere una propria autonomia sulla faccia della Terra. Questi però contengono i ricordi e le emozioni degli esseri umani, e per non perderli li collocano in un luogo chiamato appunto Cytus, convertendoli in musica, Se non è figo questo allora ditemi voi.


A questo punto vi vorrei parlare dei capitoli speciali di Cytus, anzi, di uno in particolare, il capitolo K (Knight). Questo capitolo non fa parte del gioco in sé, ma è acquistabile ad un prezzo di 3,66 euro (mi pare). Narra della storia di due ragazze, Iris e Rosabel. Queste due amiche d'infanzia si troveranno divise in seguito a tragici eventi, ma il destino le farà re-incontrare. Visto che però il gioco non pone alcuna spiegazione di ciò che accade o del perché accada, se non tramite la musica e le immagini, mi sono proposto di scrivere una storia a riguardo, mettendoci il mio punto di vista in mezzo. E giusto per pubblicizzare il mio racconto, ecco il link di dove si può trovare:  https://www.wattpad.com/story/43014299-knight


lunedì 15 giugno 2015

La difficoltà nel saluto

"Salve, il mio nome è Giuseppe Federico, e salve è il mio solito modo per salutare!". Fosse per me saluterei tutti in questo modo, ma purtroppo non sempre la parola "salve" si addice al contesto in cui ci si trova. Può sembrar strano, ma io non riesco a salutare bene la gente, non perché non mi piaccia, ma perché trovo strani alcuni modi di salutare, ed ogni volta che saluto qualcuno, non so come farlo. Allora ho deciso di analizzare un po' di saluti, giusto per avere le idee chiare sul tutto.


LA STRETTA DI MANO!
Possiamo distinguere le strette di mano in due tipi: la stretta di mano classica e la stretta di mano amichevole.
Quella classica consiste nello stringere la mano della persona di fronte a sé con un'inclinazione di gomito che può andare dagli 80° ai 100°. In genere viene usato come saluto formale, più usato dai maschi che dalle femmine, in quanto la quantità di Newton impegnata nello stringere la mano, determinerà in alcuni casi il giudizio della persona che state salutando. In genere si conosce questo tipo di saluto quando l'individuo che bisogna salutare pone il braccio davanti a sé, perpendicolarmente al proprio busto, con la mano aperta e le dita che puntano verso di te. Una veloce osservazione della mano vi aiuterà a capire quel che dovete fare (a meno che la persona da salutare non abbia intenzione di fare una stretta di mano con bacio, ma ne parliamo più avanti).
La stretta di mano amichevole, invece, appare come un "batti il 5 e stringimi il pollice". In genere viene usato tra persone con una certa confidenza tra di loro e consiste nel partire col braccio in direzione della spalla, e con mano morbida, arrivare a colpire l'altra mano che avrà fatto lo stesso movimento dall'altra direzione. E' importante però incastrare il pollice della persona che si saluta tra il proprio pollice e le altre dita, stringendo non troppo forte. La manovra a volte potrà apparire imprecisa, facendovi perdere punti amicizia nei confronti della persona da salutare, quindi attuare il gesto con disinvoltura e non troppa forza.

BACIO GUANCIA E GUANCIA!
Il mio rapporto con questo tipo di saluto è quello più traumatico tra tutti. Partiamo dal fatto che io da bambino non avevo mai visto salutare persone facendo sbattere le guance a vicenda e facendo il verso del bacio, e quando ho dovuto immettermi nella società, costretto a salutare da solo le persone, senza una persona che facesse a me da portavoce, sono venuto a contatto con questa strana usanza. Partiamo dal fatto che il verso fatto con le labbra è l'unico motivo per cui questo saluto si possa chiamare "bacio" e che in molti nemmeno hanno l'usanza di farlo nel timore di apparire idioti (presente). Come seconda cosa, cosa dovrebbe significare urtare reciprocamente con le proprie guance? Sarà un gesto convenzionale considerato pure amichevole, ma io non lo capisco.
Tralasciando la mia idea, passiamo agli aspetti pratici: l'utilizzo è molto più frequente tra le donne e tra un uomo e una donna. Per riconoscere se vogliono salutarci in questo modo serve molto intuito, poiché non ci son gesti visibili che avvertono su ciò che andrà ad accadere. In genere troviamo una testa che si avvicina, così, senza avvertire, alla propria guancia, e a quel punto non si potrà far altro che assecondare il salutatore, facendo toccare le proprie guance con quelle della persona da salutare, sia da un lato che dall'altro (è possibile accompagnare il tutto con un abbraccio ad un sol braccio).

COMBO: STRETTA DI MANO + BACIO GUANCIA E GUANCIA!
Saluto che deriva dall'unione della stretta di mano e dal bacio guancia e guancia. La scomodità di questo saluto, consiste nel fatto che tu puoi credere di aver già salutato una persona con la stretta di mano (formale o informale che sia), ma non è finita qui, la persona che vi vuole salutare non si è accontentata! Vi toccherà star attenti alla testa del\la tizio\a se non si vuole finire a fare movimenti di testa assurdi, per un semplice ritardo d'intesa in quanto capirai che ti vuole baciare quando lui\ei avrà capito che tu non vuoi baciarlo\a

SALUTI A DISTANZA!
I saluti a distanza, a mio parere, sono i migliori, in quanto non bisogna esser vicino ad una persona (giustamente), e non si deve salutare uno per uno, con la paura che qualcuno si offendi perché non l'hai salutato. Di questi ne esistono svariati tipi, ma quelli più usati sono il saluto a mano ferma e il saluto a mano sventolata.
Quello a mano ferma consiste nell'alzare la mano col palmo rivolto verso chi si vuol salutare. Non consigliabile da usare da vicino poiché potrebbe essere fraintendibile con un "batti 5"
Quello a mano sventolata è considerato più amichevole, e in genere è il saluto che si fa a grandi distanze. Basta alzare la mano al cielo e muoverla come più si è ispirati, sempre col palmo rivolto verso la persona da salutare.

Beh, per concludere vorrei dire qualcosa di intelligente, senza dire letteralmente "qualcosa di intelligente", eppure l'ho detto due volte.

Un saluto: ciao.

mercoledì 10 giugno 2015

Memories, ricorda le memorie #6 "Sorry" - London adventure - double choise

La vita è caratterizzata da scelte, scelte anche banali, come il decidere cosa mangiare a pranzo, ma in qualsiasi caso, queste saranno in grado di cambiare ciò che sarà infine la Storia, la nostra Storia. E il rimembrare del momento in cui quella scelta è stata fatta è come far riaffiorare in sé l'inizio di una storia, che potrebbe esser andata diversamente, certo, ma è andata così, non per destino, ma per scelta. E' questa la premessa prima di volervi raccontare una memoria difficile, dimostrazione della mia incapacità di scegliere.
Tutto ebbe inizio, alla mia partenza per Londra. In realtà nemmeno quello fu l'inizio, ma quando i problemi che hai a casa li ritrovi in vacanza, in qualche modo quei problemi risultano nuovi, plasmati da una concezione diversa di ciò che è quel problema. Qual'era il mio problema? Una scelta che mi veniva posta tra ciò che normalmente si reputa bianco, e ciò che per convenzione è nero. Parlando per figure retoriche (che mi paiono anche ben azzeccate per il caso), il bianco sarebbe stata la scelta più gettonata, ma quel nero, così intenso, aveva qualcosa di affascinante. Così mi trovavo in situazione di stallo, a Londra con la mia famiglia, e la connessione internet dell'hotel come unica connessione al problema. "Ma sei a Londra! Fregatene di sti problemi!", è un po' quel che ho fatto, caro amico immaginario che mi suggerisce cose. Cioè, cavolo, Londra, la città del Big Ben, del Tower Bridge, dei grandi musei, dei grandi parchi, e soprattutto patria di Holmes. Sarei stato uno stupido a farmi tanti complessi per problemi che in quel momento non mi tangevano nemmeno troppo. Ed era così che mi ritrovavo nella metro, assieme a tutta la mia famiglia a viaggiare da un posto all'altro, dicendo "Sorry" ogni tre per due, quindi ogni sei volte, perché urtavo sempre a qualcuno ed essendo un bravo ragazzo, devo sempre chiedere scusa. "Ma la scelta? Non ce ne frega di te che urti contro la gente a Londra!". Caro amico immaginario, so che vuoi sapere di più sulla questione che ho aperto in modo molto celato e che tu mi hai fatto fermare, ma ho dovuto spiegare perché c'è un "Sorry" nel titolo del post (sarà utile). Non mi soffermo troppo sul descrivere il viaggio, anche perché riuscirei a descriverlo semplicemente così:
:Q_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________ (e tanto bava ancora)

Sì, mi piace il Tower Bridge

Tornando a noi: double choise, black or white. Black and white sarebbe totalmente meglio, ma sfortunatamente non era conveniente in questo caso. Ogni benedetta sera, mi ritrovavo a ragionare, anche se con testa alquanto distratta da ciò che era stata la giornata. Venivo in contatto col nero, quanto col bianco, tutto per tutta la settimana di Londra. E fu il ritorno il punto cruciale della scelta. Mi sentivo in dovere di dar fine al problema assieme alla fine della vacanza. Ricordo che il nero stava riuscendo a farsi piacere, soprattutto intensificando il suo colore, scurendosi sempre di più e riflettendo sempre meno la luce. Il nero puro poteva esser considerato. Era affascinante, ma non mi venne concesso troppo tempo per osservarlo, dovevo andar ancora via da Londra, e pensare a non dimenticare nulla. In aeroporto, avendo tempo, cercavo ancora le tracce di quel nero, ma il bianco era comparso, più brillante che mai, Mi trovavo nella situazione iniziale amplificata a mille: Il nero puro col bianco accecante, entrambe di fronte a me. Una scelta mi toccava fare. Scelsi il bianco, ciò che sembrava essere più rassicurante e sicuro. Scelsi quel che molti considerano la cosa giusta.

Considerazione, parola chiave che racchiude tutto. Scelte, vengono fatte rispetto alla considerazione che ognuno ha di ciò che deve scegliere. Il bianco e il nero sono metafore date dalle considerazioni che la gente ha di questi colori: il bianco inteso come bene, il nero come il male. Eppure sono colori dati dalla nostra percezione visiva, non morale. Questo lo capii tardi e, quel che ho cercato di farvi apparire come nero puro, probabilmente sarebbe stata la mia scelta attuale se fossi in questa situazione. Ora vi chiederete invece cosa stanno per bianco e nero... Beh, il mistero è ciò che fa ambire di più alla verità (?).

mercoledì 3 giugno 2015

Memories, ricorda le memorie #5 Sono una muratora!

Lei che coi suoi occhi azzurri, splendenti come lo zaffiro piú pregiato mi guardava. I suoi capelli, risultato di una fine lavorazione del platino, erano fermi, e la sua bocca, candida e delicata sembrava dire qualcosa... "Sono una muratora!".
Caschetto giallo in testa, cintura degli attrezzi attorno alla vita e si inizia! Non ero sicuro che il casco e gli attrezzi le servissero davvero, in realtà doveva solo occuparsi dell'arredamento esterno del locale, ma vederla felice come una bambina mi divertiva. La serietà non era (e non lo è tutt'ora) il suo forte, d'altronde, come sarebbe diventata una ragazza del genere se fosse stata seria? E cosí la vedevi canticchiare "I am a pirate!" mentre spostava le sedie tra i tavoli del cortile. Chi avrebbe mai detto che l'osservare un momento del genere fosse rimasto nelle mie memorie mai piú ripetibili?

Dai sempre importanza al momento che stai vivendo.

lunedì 1 giugno 2015

Gary Yourofsky, il vegano

Solitamente sono una persona molto calma. Perché dico ció? Perchè c'è qualcosa che mi infastidisce a tal punto di doverne parlare. Questa cosa è il video in cui Gary Yourofsky viene intervistato riguardo al veganismo. Premetto che non sono contro veganismo o vegetarianismo, anzi, è giusto che ognuno abbia una propria idea riguardo agli aspetti che interessano la propria vita, ma ora vi spiego cosa per me non va nelle idee che vuole trasmettere questo simpatico pelatone.



"La bistecca, l'hamburger, il panino con pollo che stai mangiando, la cotoletta... Questi pezzi di carne vengono da corpi vivi di animali vivi che non vogliono essere assassinati, che non vogliono soffrire a morte, che non vogliono essere tormentati. Cosí quando lo faccio notare alle persone, la maggior parte delle persone, le persone logiche fanno il passo verso il veganismo"
Due sono le cose disturbanti per me in queste affermazioni. La prima è il fatto che poni la vita esclusivamente negli animali, ignorando totalmente i vegetali che lui mangia; la seconda è molto piú infima, ed è il messaggio secondo cui fa capire che le persone logiche fanno il passo verso il veganismo. Riguardo alla prima, posso essere clemente nel dare un giudizio, in quanto si nota piú la vita e quindi il dolore degli animali rispetto a quello dei vegetali (seppur la mia idea resti che è comunque far del male), ma la seconda, voluta o non voluta, è troppo disturbante. È come dire "se non credi in un ciuccio volante sei stupido" ma in modo molto più elegante.

Giornalista: "Quando vedi un leone che mangia una zebra, tu..."
Pelatone: "Ho notato che sei vestita e ho notato che hai un telefono cellulare e hai un computer. È ingiusto scegliere di imitare una cosa che fanno i leoni quando non vuoi imitare tutto il resto. Quando i leoni si incontrano si salutano annusandosi il culo. Quando sono entrato in questa stanza ti sei inginocchiata per annusarmi il culo?"
Qui l'ignoranza e l'astuzia del pelatone sono particolarmente forti, perché, se da un lato lui caccia dal nulla il concetto di imitare i leoni, dall'altra mette in soggezione la giornalista facendo esempi puntati su lei stessa, riuscendo a dar credito alle sue parole. A mio parere questa è la parte più assurda dell'intervista: nessuno mangia carne perché imita i leoni. E se anche così fosse, ponendo l'uomo al pari degli altri animali, i leoni dovrebbero imitare qualcun altro per giustificare il fatto che mangino carne. Sarò soddisfatto del pelatone quando avrà convinto i leoni a diventare vegani, o in caso contrario, avrà convinto sè stesso che, ahimè, l'uomo non è come tutti gli altri animali, ma ha imposto la propria superiorità da millenni.

"Dell'estinzione degli umani ne beneficerebbe tutto ciò che esiste"
È la frase che mostra piú di tutte piccoli accenni di follia, ma allo stesso tempo è quella che forse ha più senso in tutta l'intervista. Da come la vedo io, la frase crea un paradosso: se gli umani si estinguessero, tutto il resto starebbe meglio, ma nessuno potrebbe pensarlo perché solo l'uomo ha la capacità di pensiero.

"Le persone giudiziose scelgono il veganismo; I vegan sono più etici di voi, nello stesso modo in cui una persona che non stupra è più etica di una che lo fa"
Ripete spesso questi concetti, giusto per farlo notare.

Riassunto del mio pensiero:
il veganismo è un concetto ideologico: puoi essere d'accordo nell'adottare quest'idea, come puoi esser libero di non farlo, un po' come la religione. Gary Yourofsky può essere considerato l'estremista di questo sistema, addita tutti quelli che non aderiscono come stupidi, o peggio ancora assassini, come magari gli estremisti islamici fanno con chi non è d'accordo con le loro idee (esempio prettamente indicativo, gli estremisti in certi casi fanno di peggio, eh!).
Il concetto di veganismo predicato da Gary, a mio avviso è sbagliatissimo. Posso capire che l'uccisione di animali possa far male, seppur non esista nessun modo per alimentarsi senza uccidere, piante o animali che siano, ma che si voglia o meno, ognuno ha la sua idea di come dovrebbe andare il mondo e ognuno dovrebbe essere libero di poter mangiare la sofferenza di un animale, proprio come Gary è libero di mangiare la sofferenza (seppur invisibile) di una povera pianta.

mercoledì 8 aprile 2015

Memories, ricorda le memorie #4 La Giorgianni è una Zalla, la Barberi è una Barbona!

Aaah, le memorie, quanto mi mancavano. Non tutti sanno che queste seguono un ordine specifico, segnato sul mio vecchio Galaxy S Advance. Recuperarle non è stato certo semplice, come non sarà eccessivamente  semplice raccontarvi questa memoria. Alla fine è solo il ricordo di Lei che insulta canticchiando scherzosamente due sue prof, non vedo cosa ci sia di  tanto interessante. Ah, ma ho scritto una memoria su una cintura, probabilmente qui potrà essere più facile.
Io ricordo ancora perfettamente il suo tono di voce mentre canticchiava, forse è restata importante per me quella canzoncina. Benchè non mi piacesse quel che diceva sui prof, io restavo ad ascoltarla giusto per sentire un po' la sua voce, poi era allegra, quindi si puó dire solo che sia un bel ricordo, forse un po' insignificante per voi, ma comunque un bel ricordo.

domenica 5 aprile 2015

Laboratorio ~ Esperimento 0

Siete mai entrati in un vero laboratorio? Io ne posseggo uno. Forse lo immaginerete pieno zeppo di sostanze chimiche, provette su provette, beute su beute. Mi dispiace deludervi, ma il mio laboratorio non è nulla di tutto ció. Il mio laboratorio è una semplice stanza dalle pareti azzurrastre, simile ad una camera da letto. Infatti son presenti due letti, uno sopra l'altro [io dormo in quello di sotto (per comodità, sia chiaro)], un armadio, una scrivania e tante altre cose che ornano la camera da letto di un semplice sedicenne. Ma, ripeto, questo è il mio laboratorio, l'arredamento è solo un'occultazione per nascondere la vera essenza del luogo.
Cosa potrá mai fare un ragazzo in una camera da letto per poterla definire laboratorio peró?
Domanda lecita, ma stupida. Faccio quel che si fa in ogni laboratorio che si rispetti: sperimento, elaboro, creo, provo. Una domanda piú intelligente sarebbe invece: "In che modo fai quel che hai detto di fare?". Semplice, ho una testa. È come se fosse un piccolo laboratorietto dentro il laboratorio che vi ho descritto, lí dentro accadono le cose incredibili. Ovviamente nessuno puó osservare ció che viene elaborato all'interno, ma io posso descriverne i processi, darvi i risultati, riportandoli comodamente dal mio laboratorio.

venerdì 27 febbraio 2015

Memories, ricorda le memorie #3 AM sono pure sulla tua cintura

La prima cosa che vedo è il soffitto sbiadito. Richiudo gli occhi. Mi giro e mi rigiro nel letto pensando che questa non sia una nuova giornata di scuola, pensando che sia un sogno e che ho ancora tempo per star con gli occhi chiusi a non pensare. Ma poi realizzo che non è un sogno, che mi devo alzare. Il cervello inizia ad elaborare le solite azioni mattutine: lavarsi i denti senza aver fatto colazione, aggiustare lo zaino che andava fatto il giorno prima, vestirsi con le prime cose che capitano a tiro, eccetera eccetera.Oggi, le prime cose che mi son capitate a tiro sono una felpa rossa assieme a dei blue jeans che non so se siano larghi loro o se sia stretto io, fatto sta che per non farli cadere, mostrando a tutti le mie bellissime mutande, ho bisogno di una cintura. Allora mi dirigo verso l'armadio e prendo la mia unica cintura. Prima di indossarla però mi fermo ad osservarla. Cosa potrebbe avere di speciale una cintura tanto da attirare la mia attenzione, vi chiederete voi. Beh, le lettere son la risposta: A M... Antony Morato? No! Seppur quelle lettere stessero effettivamente per Antony Morato, a me non importerebbe nulla. Quelle lettere per me hanno un significato diverso. Sono le iniziali di una persona, una persona che sarebbe facilmente fraintendibile con un'altra, una persona con cui non ho più a che fare, ma che, quando ancora faceva parte della mia vita, aveva assunto una posizione tale da permettermi di fermarmi qui stamattina a pensare a lei. Tuttavia, se io sto fermo, il tempo scorre e mi porta sempre più a tardare. A questo punto sono costretto a prender coscienza e a smettere di pensare al ricordo di colei che mi ha fermato. Indosso la cintura, la stringo per bene e finalmente son pronto ad andare a scuola, senza la paura che i pantaloni mi possano cadere.

lunedì 23 febbraio 2015

Matematizzazione

La matematica, la scienza dei numeri, reputata da molti la scienza perfetta. Puó effettivamente essere considerata cosí? Questa è la domanda che mi son posto pensando se la matematizzazzione del pensiero fosse la via piú attendibile in assoluto, la via che nessuno avrebbe potuto contraddire. Ebbene, seppur non abbia una conoscenza della matematica esaustiva quanto quella di un professore o di un matematico, son giunto ad una conclusione. Ma prima di dare la mia risposta, creando vari casini tra i tanti  matematici che leggeranno questo post,  vi renderó partecipi del ragionamento che mi ha portato alla mia personalissima conclusione.
Tutto è partito dalla postulazione. Per chi non sappia cosa significhi "postulazione", si intende raggiungere una conclusione senza dimostrarla e le basi della matematica son basate proprio su questo: ormai noi diamo per scontato che un 1 valga 1 e che un 2 valga 2, ma questo è una postulazione, in quanto non si puó dimostrare che un 1 valga 1. Forse un esempio piú convincente si puó fare con la geometria, citando uno dei postulati di Euclide: "tra due punti passa una e una sola retta". Non esiste una dimostrazione per accertare che quest'affermazione sia giusta, eppure nessuno osa contraddirla.
A questo punto potremmo già dire che la matematica, fondando le basi su concetti non dimostrabili matematicamente,  è imperfetta. Peró qualcuno potrebbe ancora contraddire questo pensiero, dicendo che la matematica potrebbe essere stata scoperta dall'uomo, e non inventata. I postulati cosí non diventerebbero altro che la dimostrazione che l'uomo non potrà mai conoscere pienamente la natura e le dimostrazioni dei postulati sarebbero raggiungibili come la conoscenza di come ebbe inizio tutto.
Per quanto mi trovi disaccordo con questa teoria, mi è toccato trovare una risposta a questo possibile dilemma, e la trovai. La risposa è il paradosso!
Pensiamo ad un sistema tra due rette parallele: le due rette non si incontreranno mai in un punto, quindi il sistema risulterá impossibile e di conseguenza non avrá soluzioni. Se il risultato di un qualsiasi problema matematico è "non ha soluzioni", vorrá dire che la soluzione sará non avere soluzioni, e quindi si avrá un infinito ciclo di contraddizioni tra la soluzione che è "non avere soluzioni" e il fatto che questa non puó essere considerata soluzione, in quanto non puó avere soluzioni. Considerando il metodo paradossale errato, ci ritroviamo di fronte ad una falla enorme nella matematizzazione, per cui un problema puó e non può avere una soluzione contemporaneamente. Allora, anche quelli che inizialmente erano scettici riguardo all'imperfezione della matematica saranno obbligati ad ammettere che la matematica è imperfetta.
Ora peró sorge una nuova domanda: se imperfetta, perchè la matematica è ritenuta giusta in assoluto dalla maggior parte della popolazione mondiale? La risposta che più mi viene in mente è: perché è condivisibile. Come tu ora condividi che uccidere persone è sbagliato e quasi per certo non hai bisogno di una dimostrazione del perchè lo siq per esserne convinto, condividi anche che 2 + 2 = 4.
In conclusione:
la matematizzazione non porta ad un pensiero perfetto, tuttavia puó portare ad un pensiero altamente condivisibile. E se ti sei accorto che quel che ho scritto è stato scritto con un pensiero matematico, ti renderai conto del paradosso che questo post rappresenta.

giovedì 19 febbraio 2015

Bisogno di ridere

Salve! Sei nel blog di Azorbitz e questo è un post! E se un post inizia con un "salve" e un gran punto esclamativo affiancato, non può che essere un post con un indice di serietà sopra la media!

Dopo avervi mostrato la bellezza di questa foto potrei anche smettere di scrivere qualcosa, ma, no! Sarebbe troppo facile per voi liberarvi di me! Quindi ora continuo a scrivere, dicendo prima di tutto che se non capite la battuta del pollice siete persone disgustose, secondo di tutto che ultimamente il mio tono serioso su questo blog probabilmente iniziava a farsi sentire troppo pesante: eccheddiamine, fai i primi due post al limite del senso (non che facciano senso, ma nel senso che anche se avessero senso, sarebbero tra il senso e il nonsenso) e poi inizi a parlare di robbe che non stanno né in cielo né in Terra? Ed io dico: ovvio che lo faccio! Andiamo, peso 62 Newton, per qualcuno dovrò pur essere pesante. Fatto sta che il cibo mi piace, e più mi piace il cibo più diventerò pesante. Quindi, se avete problemi in merito, vi pongo due possibili soluzioni.
1: Cercare di non farmi piacere più il cibo, evitando una mia possibile obesità, ma facendomi rischiare un'ancor peggiore anoressia (e se credete che l'obesità sia peggiore vi sbagliate: chi non desidera essere un morbido e tondo ammasso di grasso che non può smuovere nessuno più di uno stecchetto fragile fragile?)
2: Rassegnarvi al fatto che peso troppo e lasciarmi dove sono, come uno Snorlax, dopo una pennica, dopo uno spuntino pomeridiano.



Credo di aver finito quel che avevo da scrivere. Ho voluto un po' spezzare la mia Supermegaultra combo di post seri con qualcosa di più leggero, semplicemente perché a volte, quando sei troppo immerso nei pensieri, quando ti accorgi che il mondo è effettivamente più difficile di quel che credi tu sia in grado di affrontare, in realtà essere felici non è difficile. Basta una risata, e tutti i pensieri oscuri svaniranno.
*Cammina a passo lento verso il sole che tramonta dopo aver detto l'ultima frase figa*

domenica 15 febbraio 2015

Partiamo da espressione e concetto, arriviamo a linguaggio convenzionale e linguaggio non convenzionale

Qualcuno di voi ha mai sentito dire l'espressione "sono povero in canna"? Se la risposta è un sí, allora associerá quest'espressione ad altre come "sono al verde", oppure "sono ridotto al lastrico", o semplicemente "non ho soldi". Se siamo abituati a sentire quest'espressioni infatti, difficilmente immagineremo un tizio incastrato in una canna (intesa come pianta, che sia chiaro), un tizio verde o un tizio diventato piccolo quanto una mattonella. Allora come mai espressioni come queste che prese alla lettera han tutt'altro significato rispetto a quello che vogliono lasciare intendere, a volte spiegano meglio rispetto alle espressioni che usano parole appropriate rispetto all'argomento di cui si parla? Semplice!
Quando noi parliamo, non facciamo altro che esprimere concetti, piú o meno elaborati, rispetto al tipo di discussione che si sta svolgendo. Ora, la comprensione in un argomento puó arrivare se e solo se il destinatario della conversazione ha già il concetto che vuole venire espresso in testa. È comune infatti che se io dico "la somma dell'area dei quadrati costruiti sui cateti è uguale all'area del quadrato costruito sull'ipotenusa", non tutti capiscano ció che io voglia dire, seppur la mia espressione descriva perfettamente il concetto. Solo quelli che hanno una conoscenza del Teorema di Pitagora  (concetto) capirá la sua spiegazione (espressione).

Ricapitolando, per le persone meno attente, un concetto non puó essere spiegato se non attraverso l'espressione, ma l'espressione puó non significare
nulla se non si ha il concetto.

Applichiamo ora questa regola alla comunicazione generale.
Parliamo del racconto personale. Io racconto una storia che riguarda la mia vita ad un'altra persona attraverso l'espressione: esprimo le mie emozioni, le mie azioni, le reazioni e tutto quel che riguarda ció che ho intenzione di raccontare. Si presuppone che per capire, l'ascoltatore debba avere il concetto di quel di cui si parli, dove per concetto s'intende la piena consapevolezza emozioni dell'interlocutore il significato delle azioni e delle reazioni che egli ha dato loro. Purtroppo peró è facile capire che ogni uomo è diverso, cosí come la loro concezione delle cose. Un esempio è il dire "ti amo": l'espressione in sè non esprime il concetto di amore, tant'è che l'altra parte della coppia può essere portata a chiedere "perchè mi ami?". E qui casca il mondo e girogirotondo [cit.].
A questa domanda infatti si tenta sempre di rispondere in modo romantico, per non deludere le aspettative del partner, ma la risposta giusta, secondo la mia opinione, sarebbe "tu non hai il concetto che ho io dell'amore e se l'avessi, non mi avresti mai posto questa domanda, poichè la mia risposta sarebbe stata《ti amo per lo stesso motivo per cui tu ami me》".

Ora è il momento in cui mi lamento, poichè avrei voluto finire con questa frase ad effetto che le persone meno creative avrebbero ctrl+ciato (pronuncia: controlciato; significato: copiato) e ctrl+viato (pronuncia: controlviato; significato: incollato) meramente sulle loro bacheche Facebook, con scritto alla fine (forse) [cit. Giuseppe Federico]. E invece no! Mi tocca spiegare ció che potrebbe sembrare contraddittorio solo perché al mondo esistono persone pignole, e alla fine inventare una nuova frase ad effetto per concludere!
Ma tornando a noi, ecco dov'è la contraddizione che i piú arguti avranno trovato: "Se serve l'espressione per capire il concetto e il concetto per capire l'espressione, qualunque dialogo non avrebbe senso, poichè nessuno sarebbe in grado di capire nessuno. Eppure tu hai assimilato il concetto del Teorema di Pitagora, seppur la prima volta ti fu semplicemente espresso". Controbattere a questa enorme contraddizione non è facile, ma è mio dovere,  essendo una contraddizione creata da me.
La lingua è stata creata per un motivo: il capirsi tramite le parole. Per arrivare al capirsi peró, si è dovuto convenzionalmente  identificare ogni cosa esistente tramite dei nomi che in sè spiegassero la natura della cosa stessa, che puó essere la funzione, la forma, il colore eccetera. Tuttavia in questi nomi identifichiamo dei gruppi. Esempio: se noi diciamo sedia, intendiamo quel vasto gruppo di oggetti, di forma e dimensioni variabili, che peró ha la funzione principale di sedia (poi con una sedia ci si fa quel che si vuole). Quindi si è data convenzionalmente l'espressione "sedia" per indicare effettivamente il concetto generico che rappresenta. Così non ci vien difficile distinguere una sedia da un letto o un armadio da una chitarra. Ma questo è solo per convenzione. Cosí possiamo parlare di "linguaggio convenzionale", che è il nome che ho deciso io per questa cosa. Nel caso del Teorema di Pitagora, noi riusciamo ad arrivarci solo perchè siamo abituati alla convenzione dei numeri, che hanno portato l'abitudine alla convenzione della geometria, che di seguito han portato a capire il concetto convezionale del Teorema di Pitagora. Che poi pensandoci bene la convenzione dei numeri è la convenzione meno equivocabile fra tutti: una volta esser abituato al fatto che il 2 valga 2, diventa una cosa incontestabile, quindi, maledetto me che ho citato il Teorema di Pitagora quando il discorso sembrava lineare non solo a voi, ma anche a me. Maaaa comunque, andiamo avanti. Se ora abbiam parlato di linguaggio convenzionale, parliamo della sua controparte, il linguaggio non convenzionale. Se dovessi definire i due linguaggi con altre parole, direi che quello convenzionale ha a che fare soprattutto col mondo esteriore, quello non convenzionale col mondo interiore, ovvero con quel che non si riesce a conoscere. Ovviamente esistono parole convenzionali per definire le cose non convenzionali, ma non esistono parole convenzionali per spiegare le cose non convenzionali. Puó sembrare un incasinamento, ma con un parallelismo tra una sedia e l'amore sarà tutto piú chiaro.
Sia sedia che amore sono parole convenzionali, poichè sono parole date dall'uomo per classificare due concetti. La prima parola intende l'insieme di oggetti che hanno come funzione primaria "sedia" (come detto prima) e non credo che questa definizione sia contestabile;
La seconda parola intende invece qualcosa che non ha una spiegazione unica. È come se l'amore fosse l'insieme di spiegazioni che vengono date ad esso, ma questa non è che un altro tentativo di spiegazione dell'amore che verrebbe aggiunto a sè stesso, creando cosí un paradosso. Non sono io a dire cos'è l'amore, come non lo è nessun altro. Quindi seppur "amore" sia una parola convenzionale, il suo significato non lo è, creando fortemente quel legame tra espressione e concetto, da cui era partito tutto.

Ricapitolando (di nuovo):
Esistono 2 tipi di linguaggio.
Il linguaggio convenzionale, che fa riferimento a ció che per convenzione ha definizione e significato.
Il linguaggio non convenzionale, che fa riferimento a ció che per convenzione ha una definizione, ma non un significato.
Da ció ne deriva che:
Dal linguaggio convenzionale è possibile apprendere un concetto.
Dal linguaggio non convenzionale è impossibile apprendere un concetto.
In ogni caso si deve star attenti al significato di ogni cosa poichè ció che è convenzionale per alcuni, potrebbe non esserlo per altri o viceversa.

Credo di esser arrivato alla conclusione. Mi rendo conto di aver scritto tanto rispetto a quel che avevo intenzione di scrivere. Se non avete capito bene, non preoccupatevi: questo non era altro che un tentativo di creare nuove convenzioni partendo dalle non convenzioni, quindi vale il fatto che se non avete un concetto non potrete capire l'espressione [cit. Giuseppe Federico].

giovedì 12 febbraio 2015

Auguri

La bufera oggi c'è stata, ma nessuno l'ha vista. I venti han soffiato ed ora pian piano van via, rimanendo solo nel ricordo di coloro che han saputo la loro esistenza. Queste persone son poche, il resto non sa cosa siano questi venti, e son sicuro che chiunque abbia la pazienza di leggere ciò che scrivo, non troverà in queste parole un senso compiuto.
Così mi ritrovo a parlare coi venti, gli unici che potrebbero capirmi. Per sfortuna però questi non han orecchie per ascoltarmi o occhi per leggere. Non potranno mai sapere l'importanza che sto attribuendo loro. Il mio intento però non è quello di fargli sapere quanto credo siano importanti, quanto quello di celebrarne il ricordo.
Magari un giorno i venti ormai passati assumeranno occhi e orecchie, e magari, leggendo o ascoltando tali parole, ricorderanno quel giorno, quell'ormai lontano giorno in cui passarono e, aiutandosi con le nuvole, genereranno una nuova bufera.

Auguri

12-02-'15




martedì 10 febbraio 2015

Scuola, proiezione verso il futuro

Saró stupido io, ma son arrivato al punto di chiedermi se effettivamente la scuola serva a qualcosa. So per certo che giá dopo aver scritto questa prima parte avró creato l'indignazione in ogni persona che ha già affrontato questa esperienza e si ritrova ora, magari, a raccapezzarsi per tentare di far studiare i propri figli, ma, in caso foste una di queste persone, vi chiedo di continuare a leggere e, opzionalmente, di controbattere con logica e razionalità, giustificando ogni vostra risposta, come cercheró di fare io qui di seguito.

Chiunque mi conosca, sa che io non sono una di quelle persone che si impegna tantissimo per andare bene, anzi, direste che sono proprio il contrario. Grazie a questa mia "natura", mi son ritrovato spesso nella condizione in cui i miei genitori, o anche altre persone con piú esperienza di vita rispetto a me, mi hanno dovuto parlare dell'importanza della scuola e dello studio. I punti di forza dei loro discorsi si basavano su diversi punti: "lo studio come soddisfazione personale ", "lo studio come soddisfazione della cultura", ma quello che piú mi interessa è "lo studio come accesso al tuo futuro". Ecco come la penso io.

Lo studio come soddisfazione personale, è inteso come "studiando ottieni bei voti. I bei voti dovrebbero essere una gratificazione per te". Puó anche essere che dopo aver avuto un buon voto mi senta gratificato, ma sinceramente non me la sento di studiare per ottenere una banale gratificazione data da un semplice numero (se non credi che sia un semplice numero, stai calmo e continua a leggere, poi ti spiego).

Lo studio come soddisfazione della cultura, è inteso come "tu studi in onore del sapere, per cultura generale". Ecco. Ecco uno degli insiemi di due parole che piú mi infastidisce, "cultura generale". Cosa cavolo dovrebbe significare "cultura generale". Io lo tradurrei in "sapere un po' di tutto", ma sembra altamente riduttivo sapere un po' di tutto. Ma tralasciamo la cultura generale. Analizziamo "Tu studi in onore del sapere". A scuola si arriva veramente al sapere? La risposta a questa domanda è difficile, anche perchè se si arrivasse veramente al sapere, si arriverebbe semplicemente al sapere a cui tutti sono arrivati, nulla più (basti pensare che una volta nelle scuole insegnavano che la Terra fosse piatta). Ma non credo che il sapere si raggiunga cosí facilmente. Tutti hanno o hanno avuto almeno una o piú materie che non interessavano proprio. Ecco, in quelle materie di cui non si ha interesse non si arriverà MAI al sapere, sebbene ti ritrova costretto a studiarle.
Ricapitolando: per sapere ci vuole interesse, la scuola (o solo qualche materia, perché no?) stimola poco interesse.

Arrivato a questo punto, ci terrei ad evidenziare che son io il metro con cui ho misurato il necessario per scrivere questa riflessione, seppur abbia cercato di prendere in considerazione anche altri casi. Lo dico perchè io avrei detto che per me il sapere si ottiene tramite la logica, che deriva dal pensiero, il quale non puó che sorgere da sè stessi. A questo punto la gente potrebbe chiedere "Ma allora per te la scuola è inutile?!" E allora io risponderó "Torna all'inizio di questo post e leggi il primo periodo. Dopo torna qui e continua a leggere il terzo argomento dei discorsi che tentano di farmi studiare".

Lo studio come accesso al futuro, inteso come "studi per avere un pezzo di carta che ti permetterá di lavorare e, di conseguenza, di continuare a vivere una volta che non sarai piú mantenuto". Smontare questa tesi mi è impossibile purtroppo, ma ciò non mi impedisce di criticarla. Viviamo in un sistema creato dall'uomo, non sará mai un sistema perfetto. In questo sistema infatti sorge il dilemma della "meritocrazia". Chi è meritevole, teoricamente, dovrebbe avere un vantaggio su chi lo è di meno. Dico teoricamente perchè non funziona cosí giá a causa delle "raccomandazioni" che trovo una cosa molto umana: io stesso (credo che) preferirei dare un posto di lavoro ad una persona fidata, come un mio ipotetico figlio, rispetto ad uno sconosciuto che come garanzia di fiducia mi porta un foglio con su scritto quanto gli altri hanno creduto che valesse.
Mettendo da parte le raccomandazioni e facendo finta che non esistano, il sistema meritocratico continua ad avere una falla enorme che è situata proprio alla base: il voto. Il voto non è altro che il risultato di un giudizio rispetto a quel che hai dimostrato di valere. Inoltre quello che conta alla fine è il voto derivante da tutte le materie portate agli esami, che non necessariamente fanno parte delle materie dei tuoi interessi. Quindi, contraddizioni:
il voto è un giudizio, il giudizio è soggettivo, il voto è soggettivo;
il voto si basa su quel che hai dimostrato di valere. Dimostrare di valere non è uguale a valere. Una dimostrazione di arte all'aperto puó non essere fantastica in un giorno di pioggia, cosí come la dimostrazione di valere puó non essere buona in un determinato periodo della propria vita;
Il voto finale deriva dai voti delle materie che fanno parte dei tuoi corsi di studio che, per quanto possano essere indirizzati verso la tua scelta, non saranno necessariamente tutte quelle di tuo interesse (questo è presente sicuramente nel sistema liceale. Non essendo immerso in un sistema universitario non so esattamente se è cosí, ma comunque il voto delle superiori vien preso come curriculum per l'università).
Beh, se vi eravate indignati quando ho detto che il voto è un semplice numero, sarete felici ad aver letto ora le mie motivazioni.
Ultima critica che parte direttamente dalla frase "lo studio come accesso al futuro": se si pensa bene, la maggior parte dei problemi dei ragazzi della mia età (sui 16 anni per intenderci), derivano proprio dalla scuola. In quanti non si son sentiti in ansia per un'interrogazione o per un compito, in quanti si son sentiti tristi per il fatto di svegliarsi la mattina presto e vedersi obbligati ad andare a scuola, in quanti si son dovuti subire ramanzine o punizioni per un brutto voto. Sebrerà stupido, o fuori contesto rispetto a tutto quel che ho scritto fin'ora, ma è stato questo a spingermi a tutto il ragionamento: come si fa a pensare al futuro se ció che dovrà aiutarti ti da tanti problemi nel presente?

sabato 17 gennaio 2015

Maledizione, la morte della donna amata #2

18 Dicembre 2013.
Già all'avvicinarsi di questo giorno si sarebbe potuto prevedere ciò che sarebbe successo, non ricorrendo a poteri divinatori, ma ricorrendo alla percezione che avevo della statistica. Per quanto mi riguardava, un determinato avvenimento può accadere o non accadere con lo stesso livello di possibilità, ovvero al 50%.
Ad esempio,si interroga in una classe di 10 alunni. Si suppone, secondo la tradizionale statistica, che ognuno abbia il 10% di possibilità di essere interrogato per primo, eppure uno di questi verrà interrogato pur avendo il 90% di probabilità a suo favore. Così si presenterebbe però un eccezionale caso di "sfortuna" ogni volta che si inizia una nuova interrogazione. Se invece si ragionasse sull'individuale, senza tener conto del numero di ragazzi presenti nella classe, ma solo sulla possibilità della riuscita dell'evento, le possibilità che questo avvenga sono due: o si viene interrogato per primo, o non si viene interrogato per primo. In questo modo il primo interrogato non avrà una sfortuna del 90% contro quella del 10% del resto dei compagni, ma avrà una sfortuna del 50% contro quella del 50% degli altri, che sarebbero potuti esser stati interrogati con la stessa probabilità.
Utilizzando questo sistema la predizione di un evento è giusta solo se vengono fatte due predizioni che potrebbero avvenire con la stessa possibilità. Nel mio caso le predizioni per il 18 erano vivrà o morirà. Alla fine un'operazione può andar bene come può andar male, potendo causare sia gioia che dolore allo stesso modo. Quando Ella venne ricoverata pochi giorni prima del 18, io non c'ero, ma lo ero venuto a sapere, come ero venuto a sapere il diciotto che una delle mie due predizioni si era avverata. Lacrime scendevano dal mio viso, lacrime che mai più la mia pelle ha avuto l'opportunità di toccare. Non esisteva nulla in grado di fermare lo scendere di quell'acqua salata sul mio volto, nemmeno se la forza di gravità si fosse invertita, poiché la disperazione in quel momento sembrava essere più alta di un futile 9,8. Qualcosa in me sembrava essere morto, l'irrazionalità stava prendendo il sopravvento nella mia testa, e le azioni malsane che avrei potuto compiere in un momento del genere sarebbero potute essere molte. Fortunatamente regolai subito l'irrazionalità infinita ad un numero finito quasi subito, compiendo i gesti di una persona disperata, ma, per quanto illogici, non di una persona autolesionista o suicida.
Non passarono molti giorni dopo l'inizio di quei pensieri strani, ed uno di questi pensieri fu di andare a trovare la tomba di Lei, che intanto era stata sepolta nel suo paese, lontano da quello che è il mio, e qui arrivò una delle notizie più belle che mi sarebbe mai potuta arrivare: la notizia della Sua morte venne smentita dallo stesso fornitore dell'informazione. Ero felice, ma mi rimase un dubbio:morì una persona, due o nessuna se ancor oggi ricordo mi affanna?

Questo mi fece ricredere sulla mia teoria del 50%: la vera percentuale è 49,5% per le due ipotesi, lasciando l'1% all'imprevedibile. Alla fine può pur accadere che il primo interrogato venga salvato dalla campanella, non potendosi dire così né interrogato, né non interrogato.

venerdì 16 gennaio 2015

Maledizione, la morte della donna amata #1

"Tu ricordi la casa dei doganieri. Sì, tu la ricordi, la tua mente la tiene fissa nel tuo cervello, in una delle sue tante stanze. Peccato che ora quello a non ricordare sono io".

18 Dicembre 2014.
Il 18 di questo mese, ma dell'anno passato è morta una persona, o forse due, oppure nemmeno una. Forse è tutto sbagliato: mi troverei a visitare il suo corpo privo di vita se la prima fosse corretta, la seconda non mi permetterebbe di scrivere o commemorare la morte dell'altra, e se la terza fosse giusta non avrei il ricordo di morte che continua a tormentarmi tutt'ora. Allora cos'è successo esattamente l'anno scorso?
Raccontarlo non può essere molto facile, poiché, seppur conosca gli avvenimenti che accaddero, restano privi di alcuna logicità e, per quanto già ciò che scrivo e ciò che faccio abbiano apparentemente poco senso, non voglio raccontare storie completamente prive di significato. La ricerca della verità assoluta di quel giorno, iniziò il giorno stesso, per poi affievolirsi durante lo scorrere del tempo e rinascere esattamente un anno dopo, il 18 Dicembre tra i banchi di scuola. Fu l'ora di italiano quella cruciale. Un percorso che toccava Dante, Petrarca, Leopardi e Montale più una canzone a scelta, tutto riguardo la morte della persona amata, da creare durante le imminenti vacanze Natalizie. Durante l'assegnazione del compito, la mia mente aveva iniziato a viaggiare, elaborando che quel giorno fosse 18, e che il 18 l'anno scorso avevo provato sensazioni poco distanti da quelle descritte dai poeti dopo i loro lutti. Lì in classe la mia faccia assunse un'espressione sorridente, ma i miei occhi sembrava volessero decidere di far inondare il mio viso. Sentivo come se quella buffa coincidenza fosse stata messa su da qualcuno per costringermi a ricordare, ma il momento di irrazionalità finì subito. Colsi così l'opportunità per ricercare ancora le motivazioni di tutto ciò che accadde il 18 del 2013.