martedì 8 marzo 2016

Memories, ricorda le memorie #16 Gryffindor? Bitch please! Hufflepuff.

Rifiuto di credere che ciò che sia successo, sia stata la cosa giusta! Gryffindor? Dovrei esser fiero di esser stato posto in questa casata solo per il totalmente casuale incontro di una ragazza che scombussolò un po' tutto il me stesso che fino a quel momento pensavo di conoscere? Posta così, la domanda sembra suggerire un no come risposta, Ed evito di pensare al "come sarebbe ora la mia vita senza questo fortuito scontro", poiché semplicemente non sarebbe, in quanto l'immaginazione mia è nulla a confronto alla casualità del tutto. Quel che mi interessa è però il fatto che, per quanto io possa esser coraggioso e degno d'appartenere ai Gryffindor, questa non è la mia casata. E non lo dico solo per uno spirito idealistico che perviene ascensionalmente in me dal nulla, ma per una semplice questione di affetto verso il mio esser "Azorbitz", e se quest'affermazione non vi dice nulla, questo vi sarà d'aiuto.Un aspetto che non vi ho raccontato riguardo all'avventura dell'inganno "Azorbitz" è appunto "a quale casata appartiene effettivamente Azorbitz?".
Piccola digressione: qui siamo su Habbo, non su Bewitched. Qui non avevamo un freddo cappello parlante che dava sentenze casuali, avevamo un ancor più freddo dado olografico che restituiva freddi numeri ancor più casuali, dall'uno al sei. Ad ogni numero corrispondeva una casata, e se pensate che le casate son quattro, avete fatto un pensiero giusto. Due casate infatti, avevano per corrispondenza due numeri, e, per esser scontati, erano Grifondoro e Serpeverde.
Nell'account che avevo prima di far esistere Azorbitz, avevo boicottato questo sistema, inserendomi, come qualsiasi bambino ingenuo che si immedesima in Harry Potter, nella casata dei Grifondoro. Con Azorbitz non feci però la stessa cosa. Lasciai a decidere a quel dado e quasi ironicamente capitai nella casata che meglio smentiva ciò per cui Azorbitz esisteva: Hufflepuff, Tassorosso per i comuni mortali, la casata della lealtà. Questa fu la casata che mi rappresentò, per il gran periodo in cui Habbo fu la mia principale dimora, e seppur sia la più denigrata ed anonima delle casate, mi sentivo appartenente a questa più che a qualsiasi altra. Più che a Grifondoro, più che a quella menzogna che nacque a causa del caso.

Sono e sempre sarò
un Hufflepuff

sabato 5 marzo 2016

Memories, ricorda le memorie #15 Mi sedetti sotto il cappello parlante. Venni assegnato alla casata dei Grifondoro. Quella sera nella sala comune conobbi lei

"Non Serpeverde! Non Serpeverde! Non Serpeverde!"

Harry Potter sotto il cappello parlante. Lui non sapeva nulla di Hogwarts, ma apprese subito che Serpeverde per lui non sarebbe stata la miglior scelta, e dopotutto perché biasimarlo? Se fosse stato Serpeverde magari non avrebbe mai legato con Ron, Hermione, e tutti gli altri della stessa casata. Magari avrebbe legato con Draco, Tiger e Goyle, magari, molto più probabilmente, non avrebbe legato con nessuno.
Ed ecco che ora ci son io, sotto il cappello parlante, in un gioco. Non era Habbo, era Bewitched, totalmente basato su Harry Potter, e quella era la prima volta che entravo. Ovviamente il cappello parlante non era quello che stando solo sulla tua testa comprendeva la totalità del tuo essere. Il suo verdetto non era altro che una fredda risposta randomica, affidando tutto totalmente al caso, ma ci si accontentava. Dopotutto mi affidò alla casa dei Grifondoro, quella caratterizzata dal coraggio dei propri appartenenti e in fin dei conti non ero un fifone, quindi andò bene così. Dopo l'assegnazione della casa, non mi preoccupai più di tanto sul cosa si dovesse esattamente fare, mi occupai più che altro all'esplorazione dell'infinità di stanze del castello. Sì, era enorme. Ogni tanto incontravo qualche altra persona che esplorava, ma non ci facevo molto caso. Fino a che non fu sera.
Un messaggio dal nulla diceva di dirigersi nella sala comune della propria casata, in quanto era severamente proibito esser in giro per il castello durante le ore scure. Non ebbi tanto da esitare, anche perché la mia esplorazione era stata ben approfondita nelle poche ore precedenti. Entrai nella sala comune, non so se con una parola d'ordine o tramite un passaggio segreto. Dentro non trovai tanta gente: giusto due o tre ragazze, or non ricordo, ma una di quelle fu destinata a restar impressa nella mia mente. Parlammo un po', e l'aggiunsi su facebook.

"Ah, ma quindi anche tu hai gli occhi azzurri?".

"Già, perché? chi altro ha gli occhi azzurri?". 

Ancora non mi ero accorto della bellezza dei suoi occhi,

venerdì 4 marzo 2016

Azorbitz, la nascita di una presa in giro

Azorbitz. Come nasce questo nome lo sapete, e se non è cosí, potete saperlo leggendo il primo post di questo blog. Ció che peró non sapete, è che Azorbitz è nato non per esser me, inizialmente, ma per esser la mia voglia di non esser me. Strano che io dica cosí per chiunque conosca la mia idea de "l'esser sè stessi", che è brevemente riassumibile nel "non si può esser altro che sè stessi", ma ora mi spiego meglio.
Scuole medie, nessun amico, se non uno, il mio compagno di banco. Lo feci iscrivere ad habbo, quel sito in cui forgiai questo nome. Ma questo non fu il primo. Avevo già un altro account prima, con un nome abbastanza trascurabile. Allora, perchè crearne un altro? Perché dar vita ad Azorbitz?
Hogwarts. Su habbo c'era Hogwarts. Quando feci iscrivere il mio amico su questo "magnifico" sito, lo indirizzai ad Hogwarts. Ovviamente anche io ero lí, come "studente del primo anno Gryffindor", assieme a lui. Ma fu qui che venne fuori la voglia di non esser sè stessi, e di ingannare, per scherzo, quell'amico. Nacque Azorbitz senza che lui lo sapesse, nel modo in cui ho già narrato. L'intenzione era di esser un "mangiamorte" nel gioco, sollecitando quell'aria fin troppo tranquilla di Hogwarts. E in un inganno del genere la cosa più bella è la consapevolezza di esser l'unico redentore della verità dell'inganno. Per questo motivo era divertente parlare a quell'amico, sapendo molto di lui, mentre lui non sapeva nulla di me. Ovviamente non feci durare troppo tempo la presa in giro, anche perchè risultó un semplice scherzo, ma il concetto di quest'azione qual é?
Ho iniziato dicendo che Azorbitz è nato dalla voglia di non esser me, ed è giusto. Mai io sarei un "cattivo" per scelta, eppure ho scelto di esser un falso cattivo seguendo la voglia di non esser me, ed è stato ció che son stato alla fine. Ma fu da quell'inganno, che secondo il "me" di quel tempo non mi rappresentava, che nacque questo nome dove or mi identifico. E tutto ció mi piace pensarla come una metafora, secondo cui non esiste un "me" e un suo contrario, esiste solo ciò che sono. E sono sia Azorbitz che Giuseppe. E sarò ancora qualsiasi appellativo che farete corrisponder a me, sia che rappresenti pregi, sia che rappresenti difetti.

martedì 1 marzo 2016

Memories, ricorda le memorie #14 Esistono i numeri negativi

"Due meno tre è impossibile".
"Maestra, ma non fa meno uno?".

Questo ricordo è vecchissimo, eppure ho in testa l'immagine del momento in cui è avvenuto. Vedo il sorriso della maestra alla mia affermazione, sento la mia soddisfazione nell'aver detto il giusto aprendo però un argomento che alcuni credono troppo complicato per dei bambini di terza elementare. Di certo non fu la mia prima o la mia unica affermazione arguta di quando ero un bambino, ma fa capire al me stesso che scrive ora, e al me stesso che legge or dopo, il modo in cui il me del passato pensava. Questo ricordo dimostra l'interesse nel sapere, nel scoprire, nel mostrare le proprie scoperte. Dimostra l'indiscussa superiorità del me bambino, che si entusiasmava con poco e mostrava il proprio entusiasmo agli altri.
Ora quest'entusiasmo è andato a scemare. E' la naturale conseguenza del crescere? Sì, se crescere significa conformarsi alle idee degli altri. Io mi entusiasmerei se notassi l'entusiasmo negli altri riguardo a ciò che mi piace, ma il caso vuole che, oltre a me, nessuno trovi entusiasmante la scoperta dei numeri negativi.

martedì 16 febbraio 2016

Memories, ricorda le memorie #13 Fa niente

Mi mancava il raccontar frivolezze, robe appartenenti alla mia vita pubblica e che quindi riesco a condivider meglio con chi, se esiste un chi, legge queste parole. La memoria di oggi è piú che un semplice ricordo di un qualche avvenimento, questa memoria è la rappresentazione del miglior modo di pensare che abbia adottato in vita mia, o che, per meglio dire, forse lo è.
"Fa niente", in primo superiore era diventato un mio detto. Ed erano solo due semplici parole, ma che sembravano significare menefreghismo e superficialità. Posso dire che non era cosí. Quel "fa niente" indicava leggerezza. Era come un estraneamento da ció che dovrebbe procurar preoccupazioni, slegando, almeno nella propria mente, i grossi pesi generati da un qualsiasi pensiero. E ricordo che questo non aveva influenza negativa sulla mia morale, in quanto il buonsenso riuscivo comunque a rispettarlo sempre.
Mi par ovvio che nei tempi d'ora, il mio "fa niente" sia svanito. È semplicemente il risultato di una crescita, che ora mi fa arrivare a rimuginare ore ed ore su robe riguardo  cui il mio giudizio sarebbe potuto esser "fa niente". Ma è veramente un qualcosa di positivo? È necessario riempirsi di preoccupazioni che potrebbero esser inutili stando solo al proprio giudizio? Forse è solo inevitabile, come conseguenza di un accrescimento di entropia, come un disordine tale che non si puó non sistemare

venerdì 15 gennaio 2016

Memories, ricorda le memorie #12 Ciao telefono!

Prof, se sta leggendo questa memoria, vorrei specificare che non era mia intenzione prenderla in giro, bensí trovare un espediente per poter salvare ció che era salvabile della mia "strana strana relazione" con una "strana strana ragazza" che rispecchia col mio strano strano carattere. E seppur dubito che si metta a leggere, è pur giusto precisarlo. Detto questo, catapultiamoci nella memoria.
Era il secondo anno del liceo, e, sí, ero a scuola. Beh, a scuola teoricamente non è contemplato l'uso del cellulare, ma praticamente in molti riescono ad usarlo per messaggiare, o semplicemente per distrarsi dalla lezione. E a far questo ne siamo piú o meno tutti capaci, anche al primo banco, quello di fronte la cattedra, dove basterebbe un solo giusto sguardo da parte della prof per esser scoperto. Ma l'impresa che dovevo compiere era ben piú complicata. In quell'ora mi trovavo al primo banco, sottoposto al raggio visivo della prof, e il cellulare mi squilla. Controllai chi fosse a chiamare. Capii subito che rispondere sarebbe convenuto. Qui sorsero due possibilità: chiedere di andare in bagno per rispondere, oppure rispondere davanti a lei. E dato che non potevo interrompere il mio record di "non aver mai chiesto di andare in bagno eccetto una volta dopo un viaggio da Pisa a san Giovanni", o più semplicemente perché mi seccava uscire, scelsi la seconda. "Che genio!" direte voi, e vi do ragione, anche se non con senso ironico. Non ho idea di come mi venne l'idea, ma, beh... risposi alla chiamata.
"Ciao telefono! Sei tu telefono?! Sí, sei telefono! Dimmi tutto telefono!" e staccai la chiamata. Dimostrai alla prof che non stavo usando il cellulare, non stavo parlando con nessuno, stavo parlando col telefono, e non aveva senso sequestrarmelo se effettivamente "facevo finta" di parlare con lui (sí, era una prof buona sotto questo punto di vista). E cosí la richiamai: "Ciao telefono! Ora puoi dirmi tutto telefono!" e la scampai.

giovedì 14 gennaio 2016

Memories, ricorda le memorie #11 Fare la cosa giusta - Fare ciò che fa star bene

Uno dei miei primi ragionamenti fu quello del "Cosa fare?". Erano fin troppe volte che ciò che veniva ritenuto giusto anche da me si contrapponeva a ciò che volevo. Avevo bisogno di una soluzione, avevo bisogno di scegliere, e di scegliere bene. Ma nel mentre che decidevo cosa scegliere, poiché scegliere non è la cosa che mi vien più veloce, ovviamente il tempo passava, e in quel tempo come agivo quando incontravo bivi che avevano bisogno della fatidica risposta la cui domanda mi stava facendo pensar giorni su giorni? Beh, ricordo che la mia razionalità cercava di andare verso la cosa "giusta", mentre un'altra forza respingeva, facendomi andare verso il "bello". Ma non riesco a ritenere questi avvenimenti come se fossero una decisione e poi la resa di questa decisione. No, io ancora non avevo deciso. E vivevo oscillando, pur senza volerlo, tra ciò che ora ritengo noioso, e ciò che or ritengo produttivo. Ma al tempo di questi pensieri, non ero ancora arrivato a questa conclusione, e non sapevo come pensar che fosse il mio modo di fare. Mi ritenevo incoerente, forse, ma era tutto spiegabile, non potevo che essere in quel modo.
Quando arrivai ad una conclusione, però, fu tragica la situazione, poiché il giusto mi fece errare.