Abbiamo un brutto rapporto con la fine delle cose. Sappiamo bene che nulla durerà per sempre, eppure non riusciamo a capacitarci di quando finisce una serie tv, una relazione, una vita. Per un certo periodo io non riuscivo nemmeno ad accettare che il giorno giungesse a termine, soprattutto quando sentivo di non aver fatto nulla di soddisfacente in quelle ventiquattro ore, e finivo di notte, cercando di mantenere gli occhi aperti per più tempo possibile, in attesa di avere quantomeno un pensiero che mi facesse sentire che quella giornata avesse avuto un senso. Insensato forse come ragionamento, ma lo trovo in linea con il mio spirito umano. Ormai sono consapevole della mia propensione nel cercare di capire le cose, come fossi un fisico che vuole trovare tutte le leggi che regolano questo mondo e l'universo in cui è immerso. Il mio metodo scientifico per portare avanti questa ricerca si avvale di due tipologie di approccio che comunicano tra loro: l'esperienza e il pensiero. L'esperienza raccoglie dapprima informazioni grezze, connesse solo dal concreto vissuto, senza una formalizzazione di cause ed effetti; il pensiero si occupa di mettere tutto in ordine, cercando di spiegare il perchè di questo e quell'avvenimento; l'esperienza conferma o confuta la legge creata durante l'attività speculativa. Vien da sè che con questo metodo, più dati si hanno a disposizione, meglio il proprio cervello è capace di trarre conclusioni precise.
Quindi si tratta solo di abituarsi alla fine per non soffrirne più? Non credo si tratti solo di questo. È facile magari accettare che un giorno finisca e che ne inizi uno nuovo, ma quando restiamo legati così saldamente a qualcosa che non vogliamo abbandonare e che semplicemente vola via, magari con tanta leggerezza o semplicità, non riusciamo a capacitarcene. In effetti non sembra di far i conti con la fine, piuttosto che con i nostri sentimenti indirizzati verso qualcosa che adesso non esiste più. Si tratta di un vuoto logistico che possiamo sentire nel nostro stomaco. Razionalmente potremmo esser pur capaci di pensare che la fine era già scritta da qualche parte, in un capitolo che rifiutavamo di leggere, sfogliando pagine di vita da una parte e dall'altra, ma arrivando al momento cruciale di abbandonare qualcosa che ci piace, l'impressione è quella di morire un po'. Non possiamo nemmeno inneggiare alla "morte della morte", perchè se la fine non esistesse, vivremmo un bel guaio: saremmo costretti ad accumulare persone, esperienze, storie senza fine, non saremmo in grado di elaborare più nulla.
La fine delle cose è funzionale al nostro quieto vivere. Si può dire che la fine ed il fine un po' coincidano. Riusciamo a vivere e a recepire tutto ciò che è finito, mentre ci perdiamo in tutto ciò che è ancora in corso.
Chissà quante fini ancora dovrò ancora vivere. Che poi a me mettono molto piú a disagio gli inizi.
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